Era l’epoca perfetta, l’età dell’oro: il lupo giaceva con l’agnello, nei letti dei torrenti scorrevano latte e miele, ed un biglietto aereo per un weekend a Berlino costava poche decine di euro, tasse incluse. Gli Alvvays erano la colonna sonora di questo zenit.

Ecco cos’è la seconda opera di questo gruppo canadese: perfetto pop contemporaneo, la quintessenza della musica leggera degli anni 10 del secolo corrente. Per descrivere il loro suono possiamo citare tanti gruppi del passato, tanti nani o giganti del pop bianco più o meno mainstream (tutto lo spettro compreso tra gli Abba e i Jesus and Mary Chain, non avete che l’imbarazzo della scelta). Ma in una raccolta come questa la cosa che colpisce di più è il suo essere totalmente figlia del suo tempo, il suo suonare perfettamente e sublimemente mediocre, e allo stesso tempo drammaticamente perfetta quale sintesi matura e definitiva, ma inevitabilmente anche precaria e fragile, di tutti i profeti e pionieri di un canzoniere che davvero rappresenti i millennials.

Il suono levigato e poco organico, il ritmo decorosamente regolare, il prodotto algebrico tra gli arrangiamenti e la velocità di esecuzione, così proporzionato come risultato da ricordare l’uomo vitruviano di Leonardo; e allo stesso tempo quella lieve malinconia, propria di chi se la sta godendo ma sa che tutto sommato, e proprio per quello, non può che andare peggio; certo non è detto che all’età dell’oro succeda quella del ferro, ma quando hai avuto la lucidità, la consapevolezza e la visione che ti hanno permesso di completare la tua ascensione per poi trasportare l’Idea dal cielo e farla udire nelle strade e nelle piazze, bene allora cosa ti resta dopo?

Ragazzi, qui bisogna sapersi reinventare, fatevi una pensione integrativa, date retta a me. Poi, tra qualche anno, quando tornerete tra le canzoni di “Antisocialites”, dal vostro mondo che nel frattempo chissà come sarà stato stravolto e incasinato, potrete gustarvi un brivido omeopatico di nostalgia e stupore per le armonie vocali di Molly Rankin, che, sotto un tappeto un po’ jangle jangle un po’ pop punk, canta “You’re stuffed with insulation” allungando e alzando di tono l’ultima parola del verso proprio come facevano i divi degli anni 10.

Alessandro Scotti