Punto primo: non aspettatevi i Jesus and Mary Chains di trent’anni fa, ma una loro evoluzione, che magari non sarà gradita da tutti, sì. Come il ritorno dei Pixies nel 2013, “Damage and Joy” è un lavoro che ha bisogno di più ascolti per essere metabolizzato e che soprattutto non deve essere visto come se fosse fatto da quegli stessi giovincelli vestiti in nero che tutti noi abbiamo amato.

Punto secondo: il primo album dopo diciannove anni dei fratelli Reid è sostanzialmente un’opera pop, pregna degli elementi che hanno fatto grande la band, ma pur sempre un’opera pop che si avvale di maggiore pulizia del suono rispetto al passato e persino, in cinque brani su quattordici, della compagnia di ben quattro voci femminili, fra cui quella della star Sky Ferreira, che evidentemente non piace solo all’amico Bobbie Gillespie.

Dimenticati quindi i fasti delle origini e di due capolavori quali “Psychocandy” e “Darkness”, lasciatevi trasportare dalla musica. Riffone distorto, un leggero feedback e sing along “I’m a Rock’n’Roll Amputation” ed eccoci magicamente trasportati indietro agli anni Novanta: questo è il mood del singolo “Amputation”, ma anche di “Get on Home” e “Facing Up to the Facts” e funziona. “War on Peace” è una classica Jesus and Mary Chain ballad con ripresa entusiastica, questa volta puramente eighties nel finale. Brani come “All Things Pass” e “Mood Rider” godono “semplicemente” di buoni riff e bella melodia, anche se pur sempre con un po’ di afflato maledetto in cui l’amore è ancora sinonimo di lussuria e l’uomo è destinato a tornare cenere.

In “Always Sad” e “Song for a Secret” c’è un prepotente ritorno del mai celato amore per i sixties dei nostri, fra Velvet Underground e Hollies: due accordi bastano e avanzano. I Beach Boys invece fanno capolino in “Black and Blues”. “The Two of Us” è punk ripulito, degli Weezer un po’ più dark, “Presidici (et Chapaquiditch)” poco rumore e tanta melodia, in “Los Feliz (Blues and Greens)” si sentono addirittura le chitarre acustiche e gli archi. “Simian Split” è il brano più sperimentale grazie agli stacchetti jazzy e all’utilizzo ragionato dell’elettronica, la finale “Can’t Stop the Rock” una dichiarazione d’intenti. In definitiva il meglio viene quando i Reid cercano di scrollarsi di dosso l’ingombrante passato d’inizio carriera e ciò probabilmente è un bene: bentornati ex ragazzacci.

Andrea Manenti

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