A Place to Bury Strangers: the loudest band in New York. Sono passati ormai quindici anni dalla nascita della creatura di Oliver Ackermann, ma lo spirito e l’attitudine che animano la band sono ancora riscontrabili in questa vecchia definizione. Figli del noise a stelle e strisce alla Sonic Youth, i newyorkesi hanno fatto propria anche la lezione della santa trinità inglese (My Bloody Valentine/Ride/Slowdive) e quella del post-punk più buio tipico degli anni Ottanta.

Gli A Place to Bury Strangers del 2018 sembrano aver trovato una perfetta simbiosi fra l’utilizzo del rumore e quello della melodia, non lasciando che nessuno dei due prenda il sopravvento sull’altro. In questo modo riescono nell’impresa di realizzare quello che è forse l’album più accessibile dell’intera carriera, senza per questo rinunciare a suonare estremi, fastidiosi. Novità è invece quella dell’utilizzo, splendido e mai ridondante, della voce della nuova batterista Lia Simone Braswell.

“Pinned” inizia con il giro ossessivo di basso del singolo Never Coming Back, che nella parte finale scoppia in un infernale rumore bianco. La schizofrenica e oscura Execution risveglia il fantasma del mai troppo compianto Ian Curtis, There’s Only One of Us è un’ipnotica marcetta tribale, Situations Changes veste atmosfere dark, Too Tough to Kill è punk sonico. Percussioni e melodia new wave convivono con feedback no-wave in Frustrated Operator, Look Me in the Eye è industrial egocentrico e claustrofobico, Was It Electric una ballad shoegaze.

Una pioggia sintetica illuminata da violenti squarci elettrici è la rappresentazione visual-uditiva di I Know I’ve Done Bad Things, mentre Act Your Age è una hit per la discoteca degli inferi, così come Attitude è il prossimo inno post-punk per le anime perse. L’album si conclude con Keep Moving On, come a dire che la strada continua per gli A Place to Bury Strangers, sempre fedeli a se stessi, sempre fedeli alla linea.

Andrea Manenti