
È incredibile che siano passati trent’anni dal primo vagito discografico dei Deftones, da quella forza ed emotività fuse insieme che ne hanno fatto il figlio più bello, leggiadro e qualitativamente duraturo del nu metal. Ed è altrettanto incredibile, se non di più, che dopo tre decenni la band di Sacramento torni con un decimo album di una bellezza disarmante, che può essere messo senza ripensamenti accanto ad opere che il tempo ha giudicato giustamente enormi come “Around the Fur”, “White Pony” e “Diamond Eyes”.
Undici nuovi brani, undici nuove prove del talento cristallino della band, ancorata come sempre alle melodie degli Smiths e degli Smashing Pumpkins (si sentano certi fraseggi di Infinite Source o la dolcezza infinita di I Think About You All the Time), ai riff poderosi e metallici (i due singoli My Mind Is a Mountain e Milk of the Madonna), al simil rap di scuola nineties che riporta direttamente alle origini stesse del gruppo (Locked Club e Cut Hands) e alle atmosfere emo eighties (Ecdysis, cXz e Metal Dream). Come non citare, infine, la suite pazzesca Souvenir, in cui ogni anima dei Deftones è riassunta, e la conclusione disarmante (con tanto di incipit vocale a una tonalità mai così bassa) di Departing the Body.
Una band che ha raggiunto la vecchiaia senza bisogno di dimostrare niente a nessuno, ma che nonostante ciò dimostra ogni volta la sua grandezza.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
