Ben Kweller è un artista che ha sempre saputo parlare al cuore delle persone, rivelando le sue vulnerabilità con una sincerità che non lascia scampo. La sua musica ha sempre avuto quella qualità di catturare la complessità della vita: l’amore, la crescita, la confusione, la bellezza e la sofferenza. Ma con Cover the Mirrors, il suo settimo album, Kweller ha fatto qualcosa di straordinario: ha trasformato il dolore più profondo che un genitore possa provare in una testimonianza di speranza, forza e, incredibilmente, gioia. Il 27 febbraio 2023, Ben Kweller ha perso suo figlio Dorian Zev, un giovane talento musicale di appena 16 anni, vittima di un tragico incidente stradale. La perdita di un figlio è un dolore incomprensibile, un’agonia senza fine, eppure Cover the Mirrors non è solo un’album sull’elaborazione del lutto. È un viaggio intimo e universale attraverso il dolore, la bellezza della vita e la capacità di resistere anche quando sembra impossibile farlo. Fin dalle prime note del disco emerge che Ben Kweller non sta solo facendo i conti con la sua tragedia personale ma sta anche cercando di dare un senso a tutto ciò che è successo, di ricostruire il suo mondo spezzato attraverso la musica. La traccia di apertura, Going Insane, è un incontro diretto con il vuoto che lascia la perdita: un piano dolente, crescente e poi un’esplosione orchestrale che non solo esprime il dolore, ma anche l’incredibile forza che ne emerge. C’è qualcosa di devastante in quella melodia, ma anche di purificante. Come se Ben Kweller stesse cercando di curare la ferita e, nel farlo, riuscisse a trovarvi una strana forma di bellezza.

Quello che rende Cover the Mirrors così unico è che, pur esplorando il dolore più straziante, Kweller non si lascia mai consumare dalla disperazione. Anzi, la sua musica diventa un atto di resistenza. In Don’t Cave, per esempio, troviamo il cuore dell’album: una dichiarazione di resilienza che si intreccia con un’armonia di chitarre distorte e archi trionfanti. È un pezzo che incita a non arrendersi, a lottare contro il dolore, ma anche a riconoscere che, alla fine, la vita continua. È come se Ben Kweller, in mezzo alla sua tragedia, stesse dando a tutti noi un promemoria di come, anche nei momenti più bui, ci sia sempre una luce che brilla in lontananza. In Park Harvey Fire Drill e Optimystic la musica si fa allegra, quasi scanzonata, eppure mai disonesta rispetto alla realtà emotiva. La potenza del pop folk e l’incredibile energia rock riescono a trasformare il dolore in un’esperienza condivisa, in un viaggio in cui il sorriso e la tristezza si mescolano, si sfiorano, si confondono. C’è qualcosa di profondamente terapeutico in queste canzoni: Kweller non sta solo affrontando il suo lutto, ma invita anche noi ad affrontare le nostre fragilità insieme a lui, come se la musica fosse una sorta di salvezza collettiva.

Una delle tracce più potenti dell’album è senza dubbio Dollar Store, un brano che vede la partecipazione di Katie Crutchfield dei Waxahatchee. Con la sua voce che si intreccia con quella di Kweller, la canzone esplode in un garage rock che sa di nostalgia e di sfogo, ma anche di speranza. Il coro è un grido liberatorio, un momento in cui l’emotività bruta viene espressa con forza, ma senza mai perdere di vista la bellezza che risiede anche nella tristezza.

 

E poi c’è Killer Bee, il pezzo in cui i Flaming Lips si uniscono a Kweller per una riflessione sulla morte e sull’inesorabile scorrere del tempo. La psichedelia dei Flaming Lips aggiunge una dimensione unica alla traccia, dove l’amore e la perdita si mescolano in una visione surreale, eppure profondamente reale. Il tutto costruisce un senso di comunità, un legame che Kweller sembra cercare in ogni angolo di quest’album. In Cover the Mirrors, la solitudine del lutto non è mai totale: gli altri artisti che partecipano all’album, tra cui  MJ Lenderman, sono parte di un esperimento sonoro che cerca di rendere il dolore meno solitario, più condiviso. La traccia che forse più di tutte cattura la delicatezza di questo album è Oh Dorian. Qui, Kweller si immerge in una riflessione tenera e dolorosa sull’amore incondizionato tra padre e figlio, rendendo omaggio a Dorian con una canzone che celebra la vita pur riconoscendo il vuoto che la sua morte ha lasciato. È un brano gioioso, ma non nel senso superficiale del termine. È una celebrazione intima, come se Ben Kweller stesse sorridendo tra le lacrime, cercando di fare pace con ciò che è stato e con ciò che non potrà mai più essere. La musica sembra danzare mentre il cuore piange, creando una sensazione di dolore e bellezza che colpisce dritto nel petto. In Trapped, la traccia finale, Ben ascolta le idee lasciate incompiute dal figlio e le porta a termine, completando così un brano che aveva iniziato insieme a lui. Questo gesto di completare la musica di Dorian è tanto un tributo quanto un atto di guarigione. Kweller trasforma il dolore in qualcosa di costruttivo, un atto d’amore che dimostra che, anche se una vita può essere strappata via troppo presto, ciò che quella vita ha lasciato dietro è destinato a perdurare.

 

Cover the Mirrors è l’album che ci insegna a non nascondere la tristezza, ma ad affrontarla con la consapevolezza che, anche nei momenti più oscuri, possiamo trovare luce. Ben Kweller non ha paura di esplorare la sua sofferenza, ma lo fa con un’autenticità che è a tratti commovente e sempre, incredibilmente, speranzosa. È un viaggio che non è solo suo, ma che ci invita tutti a riflettere sulla nostra esistenza, sull’amore che diamo e riceviamo, e su come la musica possa essere una via d’uscita dal buio. In definitiva, Cover the Mirrors è un atto di coraggio: un album che, pur nel dolore, celebra la bellezza della vita, la potenza del ricordo, e l’immenso amore che non muore mai.