
Le aspettative attorno a “MINT”, l’album di debutto di Alice Merton, erano davvero alte. D’altra parte non poteva essere altrimenti, per questa venticinquenne tedesca sbucata dal nulla con il singolo-tormentone No Roots, che ha conquistato le vette di tutte le classifiche e sfondato il muro del pop, a cui ha fatto seguito il fratellino di poco minore Lush Out.
Insomma, era chiaro ci si aspettasse tanto. Anche perché abbiamo aspettato due anni, mica noccioline. Due anni durante i quali Alice ha costruito intorno a sé un personaggio e un carattere ben definito: una giovane donna determinata, fondatrice di una propria etichetta discografica, la Paper Plane Records, dopo aver visto tante porte chiudersi in faccia. Padrona del palcoscenico, consapevole di se stessa e del potere delle parole, perfettamente inserita nella scia di donne cazzute alla Anna Calvi, St Vincent e co.
Beh, Alice ci ha dato quello che ci aspettavamo. Siamo contenti? Meh. “MINT” è un disco potente, trascinante, pieno di groove e di bassi. Un disco ben scritto, ben cantato e ben suonato, di un pop spruzzato di dance con qualche traccia più intima ma decisa, come Speak Your Mind o le sonorità più ballad di Honeymoon Heartbreak. Sembrerebbe tutto perfetto, dunque. Eppure, ascoltando “MINT” la sensazione è quella di trovarsi davanti all’immenso bancone delle caramelle al cinema: ne compri di mille forme diverse, sei pronto a mangiartele tutte, ma dopo un po’ ti accorgi che in fondo, per quanto buone e gustose che siano, hanno tutte lo stesso sapore.
Il disco è un susseguirsi di canzoni super catchy, che faranno la fortuna delle radio del pianeta e si pianteranno tra i nostri neuroni, ma che alla fin fine si assomigliano tutte un po’ l’una all’altra. Nulla da togliere al lavoro di Merton: non si tratta certamente di un disco da dimenticare, anzi, si ascolta bene e volentieri, si capisce che il talento c’è eccome. Ma non è un disco da ricordare. Non ha quel guizzo di costante originalità, non ci ha saputi sorprendere. Ci ha dato quello che sapevamo che avremmo sentito, senza spingersi e spingerci un po’ più in là. Si tratta di aggiungere qualche piccolo fuoco d’artificio, qualche ospite a sorpresa, insomma. Ma la festa è già pronta a entrare nel vivo, non ci sono dubbi su questo.
Giulia Zanichelli

Mi racconto in una frase
Famelica divoratrice di musica e patatine (forse più di patatine), diversamente social e affetta dalla sindrome di “ansia da perdita” (di treno, chiavi di casa, memoria
e affini).
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica
Auditorium Parco della Musica (Roma), Locomotiv Club (Bologna), Circolo Ohibò (Milano).
Il primo disco che ho comprato
“Squérez?” dei Lunapop, a 10 anni. O forse era una cassetta.
Comunque, li ho entrambi.
Il primo disco che avrei voluto comprare
“Rubber Soul” dei Beatles.
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso
Porto avanti con determinazione la lotta per la sopravvivenza della varietà linguistica legata alla pasta fresca
emiliana: NON si chiama tutto “ravioli”, fyi.
