Milano, 15 maggio 2018

Chi ha visto gli Yo La Tengo dal vivo al Fabrique di Milano ha fatto una scoperta. È entrato in un mondo magico fatto di cd e vinili appesi al soffitto, di luci soffuse, di suoni eterei e rumori lancinanti.

Alle 21.10 Ira Kaplan e la sua t-shirt a righe d’ordinanza, Georgia Hubley e James McNew fanno la loro silenziosa comparsa on stage. Per la prima ora regalano un set minimale, sussurrato, a tratti difficile, ma sicuramente magico. I tre in questa prima parte dello show non hanno un ruolo vero e proprio, piuttosto giocano con i suoni e i vari strumenti, prediligendo percussioni e tappeti sintetici.

Si susseguono varie canzoni dal nuovo “There’s a Riot Going On”: You Are Here e Here You Are, come su disco, racchiudono questo mondo sonoro, i coretti di Forever accarezzano gli ascoltatori, la melodia sghemba di She May, She Might li urta, le dissonanze pianistiche di Ashes li stupiscono. C’è posto anche per qualche chicca dal passato: Is That Enough, Don’t Have to Be So Sad, Don’t Say a Word e I’ll Be Around sono ottimi esempi di pop song sui generis, dolce e alternativa.

Venticinque minuti di pausa e la band del New Jersey torna sul palco. L’inizio è ancora affidato a una soffusa, quasi stonata, Dream Dream Away, ma lo stordimento narcotico dura poco: è il momento dello sfogo terapeutico. James e Georgia prendono posizione a basso e batteria per non abbandonarli più, Ira inizia a violentare l’organo per una versione stoogesiana del classico Sudden Organ. Il riposo è finito e partono i feedback lancinanti che accompagnano una sentita Barnaby Hardly Working. For You Too e Shades of Blue sono i brani più “classicamente” musicali dell’ultimo album e raccolgono gli applausi dal pubblico, che rimane piacevolmente sconcertato quando James decide di regalare il suo falsetto per la ballabilissima Mr. Tough.

È di nuovo il momento dei classici: Sugarcube, direttamente dal capolavoro “I Can Hear the Heart Beating As One” (1997), e la marcissima Nothing to Hide. In Ohm, Ira si prende il meritato bagno di folla dalle prime file, per poi tornare sul palco per una conclusiva, torrenziale, ultra noise Pass the Hatchet, I Think I’m Goodkind.

Il concerto non è ancora finito, c’è tempo fino a mezzanotte e mezzanotte sia. Dopo un brevissimo encore, i tre musicisti tornano sul palco e regalano tre cover. Si inizia con l’urlo punk degli Sham 69, si continua con il rock’n’roll dei Kinks, si termina con una ninna nanna di Sandy Denny. Ci si allontana con il sorriso sulle labbra, le orecchie fischianti, gli occhi sognanti.

Andrea Manenti

SCALETTA: You Are Here / Forever / Is That Enough / She May, She Might / Ashes / Don’t Have To Be So Sad / Don’t Say a Word / I’ll Be Around / Here You Are // Dream Dream Away / Sudden Organ / Barnaby Hardly Working / For You Too / Shades of Blue / Mr. Tough / Sugarcube / Nothing to Hide / Ohm / Pass the Hatchet, I Think I’m Goodkind // Borstal Breakout (Sham 69 cover) / This Is No Life Without Love (The Kinks cover) / By The Time It Gets Dark (Sandy Denny cover)

Abbiamo filmato due canzoni che potete vedere qui.

Il Lato Chiaro

Il Lato Scuro