Un paio di premesse

Sull’Australia e gli australiani se ne sentono tante. Nelle ultime settimane ne ho sentite due, entrambe da un amico. La prima è questa. Pare che i metallari locali, e per metallari intendo i fan dei Judas Priest, dei Saxon e di qualche altra band incellophanata negli anni ’80, organizzino dei mega-raduni tra i campi, rigorosamente al calar del sole. Si tratta di giganteschi ritrovi di disadattati, tutti in motocicletta modello Nightrider di “Mad Max Interceptor”, estremamente pericolosi e stufi marci di coltivare cereali nella farm di famiglia. Se provi a fotografarli con un drone dall’alto, il drone inizia a surriscaldarsi, va in cortocircuito ed esplode sulle note di Painkiller. La seconda è che quando percorri in moto le strade che attraversano quegli stessi campi, può capitarti di essere inseguito da gruppi di canguri rossi alti due metri, con i muscoli gonfi tipo Divina Scuola di Hokuto, che se non ti sposti ti fanno i fari e ti superano sulla destra.

Due missili terra aria

Non so bene come spiegarlo, ma per il semplice fatto che i King Gizzard and the Lizard Wizard vengano da quella stessa terra, entro all’Alcatraz con queste due immagini ben scolpite in testa: raduno metal post-apocalittico da una parte e canguro incazzato dall’altra. L’introduzione affidata alle due fucilate trash metal Self-Immolate e Organ Farmer, sparate dalle stesse canne mozze in dotazione agli Anthrax di “Spreading the Disease”, mi convincono dell’autenticità di quei due racconti. Parto con la schiena appoggiata alla transenna del mixer e vedo due amici schizzare in avanti come marsupiali in ritardo per la cena. Alzo gli occhi al cielo e accompagno con lo sguardo un paio di birre che sorvolano la platea impazzita. Giunti all’apice del volo, i due bicchieri si capottano miserabilmente e sversano il carburante sulle nostre teste. Benissimo. Penso ai droni in perlustrazione sui campi australiani e in pochi secondi mi ritrovo anch’io nella bolgia. E mentre mando una specie di messaggio d’addio alla mia ragazza (“Ciao, non respiro più”), mi viene quasi da chiedere indicazioni al primo fulminato che incontro nel pogo (“Scusa, per il raduno metal?”).

Sopra e sotto il palco

Nel frattempo, quello che succede sul palco è poco chiaro. I King Gizzard and The Lizard Wizard sono schierati come un plotone d’esecuzione al cospetto del pubblico. Al testone di Stu Mackenzie si sostituisce una macchia bionda caleidoscopica, risucchiata in un headbanging degno di un James Hatfield dei tempi d’oro. Il lavoro sporco alla chitarra lo fanno Cook Craig e Joey Walker, mentre Eric Moore detta i tempi (forsennati) al suo collega di batteria Michael Cavanagh. Ma è già ora di tirare il fiato, perché il terzo numero in scaletta è Plastic Boogie. I fanatici del saltone non rinunciano comunque a zompettare sul parterre. Ne incrocio un paio che sudano già come in un pomeriggio d’estate sull’isola di Lost, ma anziché farsi una bibita fresca e asciugarsi la schiena, preferiscono levarsi la maglietta e mostrare una terribile follicolite in stato drammaticamente avanzato.

Sciabolata classica

È noto ai più che la band australiana è capace di compiere salti mortali da un genere all’altro (leggi qui il nostro approfondimento sul tema). Allo stomp blues di Plastic Boogie segue quindi Inner Cell, che squarcia il concerto in un’abbondante sacca psichedelica nella quale si annaspa per non annegare. Mescolare, «distruggere per poi risorgere», passare dal lanciarazzi alla sciabola senza perdere coerenza, non è roba da tutti. I King Gizzard lo fanno con disinvoltura, pescando da una discografia a dir poco variegata e seguendo un filo logico legato più alle categorie mentali che a quelle musicali. Ecco perché, quando all’improvviso tornano a battere il chiodo sulla tracklist di “Fishing for Fishies”, l’ennesima trasformazione non sa tanto di contropiede, quanto di manovra avvolgente in cerca dell’imbeccata sotto porta. Il meritato gol arriva dopo pochi minuti con Cyboogie, che dal vivo esalta ancora una volta le doti danzerecce dei tifosi sotto palco.

La precisione di un cyborg

All’imprevedibilità della scaletta fa da contraltare il rigore nell’esecuzione. È vero, c’è poco spazio per l’improvvisazione, e per una band che fa dell’eccentricità la sua colonna portante può suonare come una pecca. Ma l’intensità della performance è talmente elevata che la mancanza di una jam session si fa poco sentire. The Great Chain of Being, piuttosto, riapre le porte dell’inferno e ci getta in pasto a una nuova doppietta tratta dall’ultimo “Infest the Rats’ Nest”. L’attacco di Venusian 2 si sovrappone alla perfezione a quello di Overkill dei Motorhead, e per una decina di minuti il rombo dei chopper torna a smuovere la terra dei campi australiani. L’ultima parte del live, la più intensa e sfavillante, è tutta concentrata su “Murder of the Universe”, uno dei cinque dischi pubblicati nel 2017, con Digital Black, Han-Tyumi the Confused Cyborg, Vomit Coffin e la title track a chiudere la pentola a pressione.

Rattlesnake, rattlesnake!

Niente encore, ed è giusto così, ma a conti fatti sono mancati quasi tutti i cavalli di battaglia. Nemmeno un accenno da “Flying Microtonal Banana”, per dire, e la sola Evil Death Roll da “Nonagon Infinity”. Ma è a questo punto che in mezzo alla sala si scatena una scena che rende bene l’idea dello stato psicofisico della fan base dei King Gizzard. Con il serbatoio ancora carico di adrenalina e il rivolo di sudore bloccato a metà strada tra la fronte e la mascella, qualcuno inizia a invocare Rattlesnake a gran voce. Sul palco, però, non c’è più nessuno. Un roadie si destreggia tra i cavi e spegne tristemente i ventilatori davanti alle due batterie. È il segno inequivocabile che i nostri beniamini non torneranno a suonare. Nonostante questo, il coro che sale dalla platea non accenna a spegnersi. Al contrario, l’urlo “rattlesnake, rattlesnake” si fa sempre più corposo e cadenzato, fino ad allinearsi con la mente al vorticoso ritmo motorik del brano originale. Insomma, se non la suona la band, tanto vale che sia il pubblico a cantarla. E mentre anche i più timidi trovano il coraggio di intonarla a cappella, i più arditi si trasformano di nuovo in canguri e improvvisano un pogo senza musica. Un finale così non se lo sarebbe aspettato nemmeno quel matto di Stu Mackenzie.

Paolo