Schermata 2016-03-07 alle 23.58.55Rock per giovani romantici, di quelli che contano i petali con languore e sguardo sognante, una specie di versione sofisticata e senza picchi kitsch di un certo suono che da metà 80 a inizio 90 ha costruito delle discografie sulla poetica dello spirito incompreso dal volgo. Si va dall’iniziale Dropping Houses, che pompa e vitaminizza lo shoegaze con scosse di riff hard rock, per proseguire con She’s Killed Hundreds, un ballata dalla melodia epica e folkeggiante immersa in suoni riverberati e distorti, una traccia che ricorda certi esperimenti weirdo-folk di Julina Cope. Donny’s Death Scene ha la melodia di una ballata mainstream con suoni eterei di chitarra, mentre Gone riprende il piglio più robusto su cui pendola il suono di Forever Sounds, con due chitarre intrecciate, una impegnata ad avvitarsi su se stessa, l’altra tutta presa in pennate dritte come un fuso che sembrano parodiare un wah wah. Hello, I’m a Ghost ha un retro gusto sixties: sembra il jingle jangle dei byrds rallentato su cui si spalma una melodia vocale distaccata e quasi infantile, con un ritornello che cresce sostenuto da cori e chitarre a briglia sciolta. Hand of God è la traccia più tribale, psichedelica, minacciosa e sensuale della raccolta, Sidewalk Sale quella più virile, strafottente e hard rock. Better Days rigioca la carta del romanticismo spinto, rallenta e sbrodola zucchero filato e sovrappone arpeggi e feedback controllati che finiscono per ricordare classici del pop psichedelico come Crimson and Clover.
Majestic-12, senza batteria, sinfonica e polifonica, sembra scritta per un musical di stampo fantasy. My Parade inizia lowfi e minimale, solo piano, drones e voce, con cantato strascicato da vero slacker, per poi accelerare con doppia chitarra ed un’orchestrazione raffinata che ne fanno degna chiusura di un disco forse non originale ma sicuramente molto ben arrangiato e avvincente, nonostante il tono rarefatto della raccolta.

Alesandro Scotti