“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi”.

Così iniziava il memorabile monologo di Trainspotting, film che ha cristallizzato lo zeitgeist degli anni ’90 nel Regno Unito. Una lista inesorabile di status symbol borghesi, di cui i protagonisti potevano benissimo fare a meno, avendo scelto l’eroina. I Voina sono un quartetto di Lanciano, profonda provincia chietina, e anche loro in Alcol, Schifo e Nostalgia mettono nel mirino tutta una serie di odiosi cliché e tic sociali (fra cui gli aperitivi in centro, l’apprezzare il Jazz, il “fare i simpatici”), che condannano senza appello.

La musica e i testi dei Voina trasudano rabbia; è il suono del disgusto e del disprezzo. A causare tanta rabbia il crollo della speranza, l’immobilità sociale, la mancanza di futuro rubato dalle generazioni precedenti. Non si salvano dalla furia dei Voina nemmeno la claustrofobica vita di provincia, i social network (da cui la band è curiosamente scomparsa qualche giorno fa; chissà se si tratta di una scelta definitiva o di una strategia a la Radiohead), e una parte della loro stessa generazione: gli altri, quelli normalizzati.

Tutto questo rancore nero si traduce in canzoni potenti, a cavallo fra un robusto indie-rock, punk e qualche accenno emo. Facile mandare a memoria i ritornelli (io non ho quel non so che, promettimi che non lavorerai mai, quando morirò non chiamare il prete/portami da bere) sostenuti da una sezione ritmica implacabile. I brani sono dinamici, secchi, a tratti esplosivi, osano cambiare marcia, veicolano con forza il senso di pessimismo e disillusione, quello di chi rimane indietro. Musicalmente faticano ancora a staccarsi dalla strada tracciata dai Ministri i Voina (anche nel timbro del cantato), ma le potenzialità per affinare il suono già valido e renderlo più personale si intuiscono sottotraccia.

I testi complicano la faccenda: la sacrosanta ossessione per il (non)lavoro rende difficile non empatizzare con i Voina, certo. Fino a che il risentimento sociale, reiterato per 10 pezzi, declinato senza sfumature, senza cambi di registro o di tono, rischia di divenire un ricatto. Descrivono un mondo senza mezze tinte, da cui prendono sdegnati le distanze: “Non faccio foto, non faccio video … gli aperitivi mi fanno schifo, io non vado alle feste, io non sono un tipo”. Io Non Ho Quel Non So Che potrebbe diventare la nuova Io Sto Bene, aggiornata al 2017. Comprensibile lo schifo per questa società, che li rifiuta a sua volta. Comprensibile l’alcol, come unico rimedio per salvarsi dal disagio. La nostalgia del titolo invece non si capisce bene a cosa faccia riferimento.

Sembrerebbe una generazione incapace di autoironia e di accettare compromessi quella descritta dai Voina, seguendo la scia di certe derive politiche recenti. “Alcol, Schifo e Nostalgia” è un lavoro compatto a cui non difetta la personalità. Ma i Voina decolleranno quando, oltre alla rabbia, amplieranno la loro capacità di raccontarsi. Per ora ci urlano che la loro generazione è fottuta e probabilmente autoironica non può più esserlo, perché non c’è più un cazzo da ridere. E lo fanno benissimo. Restano evidenti margini di miglioramento che fanno ben sperare.

Andrea Bentivoglio