Il bello dei Tinariwen è che oltre che con la loro musica possono intrattenervi con molti altri argomenti, dalla biografia avventurosa del loro leader all’aneddotica per nerd appassionati di linguistica circa il loro nome, che è il plurale del berbero “teneré”, cioè “deserto”. Riguardo la biografia succitata, il tutto appare molto più avvincente della  storia di divorzi alle spalle della famiglia di Kurt Cobain: “Ibrahim Ag Alhabib, il fondatore del gruppo, rimasto orfano di padre ed esule in Algeria, iniziò ad appassionarsi a vari tipi di musica: tipiche melodie tradizionali dei tuareg, blues, raï (che ascoltava nelle taverne algerine), il chaabi marocchino e anche il rock e il pop occidentale. Ibrahim cercò di riprodurre questi tipi di musica con una chitarra costruita da lui stesso. Con questa chitarra si esibì in concerti tenuti negli accampamenti dei profughi tuareg tra gli anni Settanta e Ottanta assieme ad Alhassane Ag Touhami e Inteyeden Ag Ableine, altri due esiliati suoi compatrioti. Iniziò a suonare con le chitarre acustiche ed elettriche in Libia, nei campi nei quali il colonnello Gheddafi addestrava i combattenti dei movimenti di liberazione di mezza Africa. Vennero a far parte del gruppo in questo periodo Kheddou, Mohammed Ag Itlale e Abdallah Ag Alhousseyni, tutti e tre profughi Tamashek.”

Ma veniamo alla musica, e iniziamo a dire subito che la loro ultima opera vi saprà regalare senza dubbio delle emozioni degne di essere vissute, in particolare grazie a una produzione e un’esecuzione eccelse e sempre in bilico tra la ruffianeria per l’occidentale che cerca la facile avventura esotica – la loro proposta trasuda psichedelia ed etnicità con una cura dei dettagli che può piacere anche a chi sta bene al caldo nel suo salotto domotico – e i riferimenti al rock-blues classico. Si tratta di citazioni o assomigliano in quanto antecedenti? La domanda non è peregrina, perché è proprio dall’Africa occidentale che origina uno dei filoni che ha prodotto il blues e quindi il rock in Nord America. Quindi chi è più attrezzato di me potrebbe dissertare se è venuto prima l’uovo o la gallina, ma a voi penso, spero, interessi soprattutto che l’uovo o la gallina siano saporiti se consumati. E qui i sapori sono presenti, decisi, ma a loro modo delicati.

Le tredici tracce qui presenti propongono fondamentalmente ballate multistrato, a volte più languide altre volte più briose, con alcuni topoi come il controcanto corale delle strofa monodica, le percussioni minimali con un saltuario uso del clapping quasi country-gospel, bassi capaci di lambire il dub, e soprattutto chitarre classiche, elettriche, etniche che si intrecciano per produrre un effetto finale che ricorda a volte i Doors, a volte i Morphine, a volte addirittura certo art rock anni 90, dalle parti dei Jackie O Motherfucker.

Decisamente un disco per rockettari integralisti o della domenica. Per completezza dell’esperienza vi segnalo che sulla loro pagina trovate i testi tradotti in inglese, di cui vi lascio un esempio per tentarvi sulle dune sabbiose di questo disco: “In an unbroken solitude, thoughts appear from nowhere. They frighten me. And, lost in the night, my thirst, my desire for water awakened me. Oh love, dreaming of your tale has exhausted me. I have no hate left for anyone; my soul is confused. I believe in no one now. I’ve become the son of gazelles, who grew up in the meanderings of the desert”.

Alessandro Scotti