Quello dei The Warlocks è un viaggio tortuoso, fatto di avventure psichedeliche che spaziano dai Grateful Dead ai Brian Jonestown Massacre, di cui il leader Bobby Hecksher fu anche membro per un breve periodo. La band ha tenuto il suo primo concerto nel 1988, e da quel momento ha trascinato con sé influenze che la hanno portata al suo album forse migliore solo nel 2013 (Skull Worship). Hecksher, cantante e anima del gruppo, oltre a essere un artista poliedrico (voce, tastiere, basso, chitarra) e cresciuto in Californa a pane e musica (la madre e il padre lavoravano alla stazione radio di proprietà del nonno) rimescola generi e sperimenta.
“Songs from the pale eclipse” è un album nato da canzoni accantonate e rispolverate solo di recente, che non delude rispetto all’album precedente ma nemmeno sembra riposizionarsi sullo stesso livello, risultando fin troppo ordinato e imitazione della scena shoschermata-2016-10-16-alle-14-36-51egaze alla quale i Warlocks sono debitori. Se nei lavori precedente era rintracciabile una maggiore originalità, ora Hecksher sembra essersi dato al manierismo: gli strani sonori alla My Bloody Valentine e la voce dolente agli Slowdive di Souvlaki sembrano fin troppo eccessivi.

Quello che rimane di apprezzabile è la facilità con la quale Hecksher riesce a far trapelare lo stato d’animo nei testi e la capacità di produrre dei brani che hanno comunque la capacità di accendere uno stato vorticoso nell’ascoltatore: una dimensione narcotizzata, dove si passa dal lasciarsi cullare dai brani al lasciarsi disturbare da delle punte maggiormente psichedeliche.
“Drinking song” è un inno e un canto funebre dove dal gusto si passa al lamento circa l’abuso di alcool: “so many lives you have taken with no regrets”; “Only you” ha una linea di chitarra fluida che lascia spazio alla voce quasi sussurrata di Hecksher. “We took all the acid”, a metà album, con una keyboard riverberata, ha una energia che ricorda molto i Dandy Wharols, mentre altri pezzi come “Easy to forget” si mostrano densi di chitarre, anche se laddove ci si aspetta, come nel singolo “Lonesome Bulldog”, un’esplosione, un assalto, la musica rimane compressa, non si allarga e non sortisce effetto. Hecksher sospira, geme, ma non si eleva e mantiene un tono sommesso per tutto l’album, spesso risultando stucchevole.

Forse una sperimentazione più audace avrebbe potuto portare a un album migliore, mentre “Song from the Pale Eclipse” non sembra offrire quell’ulteriore salto di qualità che ci si aspettava, ma una serie di pezzi molo orecchiabili con un suono più commerciale. Il che può comunque essere una buona introduzione a un ascoltatore casuale di un gruppo (e un genere) che però ricordiamo è anche in grado di sorprendere, come nell’album precedente

Andrea Frangi