Violenza privata, contestazione dell’autorità, adulterio e prostituzione, dèmoni nella penombra, spettri e fantasmi: l’immaginario totalizzante e radicale della “notte” si è insinuato, strisciante e pure da invaderne ogni angolo, in tutto il corpo musicale dei Twilight Sad nel loro ultimissimo lavoro intitolato “It won/t be like this all the time”.

Dal generale al particolare, come ci insegna il deduttivo Sherlock, scartiamo gli influssi e le citazioni, di qua e di là richiamando a vario titolo Cure, Joy Division, Interpol, e una quantità di anni ’80 che neanche la colonna sonora di “Stranger Things” potrebbe contenere tutta; allora, domandiamoci piuttosto il perché di un disco così rètro. Sì, scusate, Reynolds, la Retromania, la Retroutopia, e il presente pieno di muri e fili spinati. E perché no, il postmodernismo, citazionismo spinto, revival ironico e assemblage new romantic.

Ma tutto questo giustificazionismo ha portato con sé le peggiori ri-produzioni del già sentito in una coazione a ripetere quel che volevamo lasciarci, serenamente, alle spalle. Ecco la verità: con questo disco, ma adesso ne chiariamo le ragioni, alle nostre spalle non abbiamo lasciato un bel nulla.

Intendiamoci, è un lavoro quello di Graham (voce indiscutibilmente bella e rotonda) e MacFarlane (chitarra indiscutibilmente evocativa e misurata, il che non guasta) eccezionale per stratificazione musicale e tensione emotiva. L’intero corpus pare lanciato alla corsa, spietatamente incentrato sulla volontà perseverante, di colui che osserva e tocca fin nel profondo il proprio rimosso e ne vuole uscire cambiato, completamente “unico”. Le visioni di The Arbor, VTr e Auge/Maschine, sono ombre rifratte sul volto di una paura che non cessa di provocare incubi, e per questo ancor più necessarie. Le consapevolezze ultime rimangono a un passo, tuttavia possiamo rimanere sicuri sul solco tracciato che conduce e sostiene.

Un vecchio letterato francese direbbe che la notte serve solo all’uomo contemporaneo per dirsi grato dell’elettricità: è come se questo disco contraddica continuamente la massima. Anzi, rincara perfidamente che le tenebre più le scacci e più le avrai, come diceva il Molleggiato.

Siamo franchi: che esse esistano, beh, ringraziamo pure ma rimpalliamo al mittente. Lasciamo anche il sinth detonare, per carità, ma non fingeremo che questo sia sufficiente a fermare il presente davanti a noi, così magmatico e contradditorio, sfumato fino al non riconoscimento della realtà stessa. C’è posto per tutti nella nostra nuova era del gotico mascherato. Finiremo per accogliere i licantropi, ma non scordiamoci di dirgli che stare fuori sempre di notte non fa proprio così bene.

Alberto Scuderi