Ci sono album che escono al momento giusto, e hanno successo. Ce ne sono altri che parlano dell’argomento giusto, ed entrano nella storia. Altri che si attaccano all’orecchio con un riff giusto, e invadono le radio. Altri ancora che portano le facce, gli outfit e le presenze sceniche giusti, e sbancano i live.

Poi ci sono quelli che non hanno bisogno di questo, che non hanno un tempo, uno spazio, un leitmotif obbligato, un singolo da hit parade, un pubblico specifico, una scadenza programmata. Sono quelli così universali che entrano nell’intimo, nel particolare di ognuno. Quelli capaci di tratteggiare i sentimenti, di condensarne la potenza e l’impatto emotivo in due minuti per poi lasciarli esplodere all’ascolto in modo devastante e contundente.

“Sleep Well Beast” appartiene a questa seconda categoria. Quello dei The National è un album che aspettavamo con un po’ di timore, perché quando si hanno grandi aspettative c’è sempre quella paura di rimanere delusi, di vedere sgonfiato il proprio castello in aria. Il settimo è l’anno della crisi di ogni storia d’amore, e questo settimo disco poteva segnare quella del feeling, della creatività, della magia del quintetto di Cincinnati. Ma anche stavolta non è stato così.

“Sleep Well Beast” è avvolgente, emozionante, intenso. Spezza il cuore e il respiro, tocca corde dell’anima con una precisione violenta ma morbida. È costruito sulla poesia del suono e della parola, si dilata e si restringe come un respiro. È un capolavoro del contemporaneo.

Si apre con il tocco intenso, scuro e delicato di Nobody Else Will Be There, dove la voce roca di Matt Berninger trascina subito in quell’indie rock che è ormai andato oltre la sua stessa definizione, dove in ogni brano il pianoforte, costante centro propulsore del loro sound, si coniuga con nuovi loop ritmici e synth, bassi quasi sinfonici, archi e una buona dosa di schizzi elettronici. Un tuffo immediato in quell’universo amoroso, passionale e fremente, complesso e spesso straziante così tipicamente loro. Il batticuore da defibrillatore di Day I Die si placa nell’inquietudine disillusa e suadente di Walk It Back, dove Matt si riordina i pensieri. Qui come in (quasi) tutto l’album si accarezza e si declina l’amore, con maturità acquisita ma sincerità emotiva.

Non c’è nulla di semplice, di accecantemente perfetto, di patinato: si parla degli stessi problemi che tornano, delle tensioni, dei dibattiti: «I only take up a little of the collapsing space, I better cut this off, don’t want to fuck it up… Forget it, nothing I change changes anything».
Il mix sonoro tra classico e nuovo di The System Only Dreams in Total Darkness, che si fa inno generazionale, sfuma nel pianoforte di Born to Beg accarezzato dalla voce di Matt Berninger, dove si canta dell’amore e della sua preziosità. Turtleneck lascia la grezza voce di Matt fare del rock furioso, polemico e politico (d’altra parte, non è un segreto per nessuno il supporto della band alle campagne democratiche di Obama e Clinton) guarnito dei doverosi assoli di chitarra a supporto. La stessa voce che poi torna a scavare nelle pieghe emotive di una relazione con Empire Line, che crea dighe per non lasciarla scorrere via sul fiume del tempo. Qui, come nella brillante e autodistruttiva I’ll Still Destroy You e nella tristezza rassicurante di Guilty Party («It’s nobody’s fault, no guilty party. We just got nothing, nothing left to say») si lancia nel territorio elettronico in modo deciso, ma mai definitivo.

Si rientra infatti al consueto tappeto sonoro di stampo più analogico con Carin At The Liquor Store, seguita da Dark Side of the Gym, che culla ed esalta nel finale. E infine Sleep Well beast, la title track che chiude il cerchio di dodici tracce nella sua calzante imperfezione tematica.

I The National hanno superato incolumi lo scoglio del sette, confermandosi come una delle realtà musicali più valide in circolazione. Il tempo e gli album ne sono la prova: sono una famiglia musicale che resiste, si evolve, cresce insieme senza mai snaturarsi o accontentarsi, e questo la rende speciale nell’epoca degli amori usa e getta e dei divorzi lampo.

“Sleep Well Beast” è un album notturno, pieno di quell’inquietudine tesa nella quale viviamo immersi, che ce lo fa sentire così vicino ma che, paradossalmente, ci rassicura. Di quelle emozioni sempre più difficili da maneggiare e coltivare, ma che il disco ci insegna ad accettare, temere e curare.

E allora buonanotte, bestia che chiamiamo sentimento, o meglio la complessità, il dubbio, il dolore che inevitabilmente nascono dal provare un sentimento. Non ci fai più paura, ti abbiamo imparato a conoscere e a digerire, ora sappiamo guardarti negli occhi e affrontarti. E forse, un giorno, arriveremo a distruggerti.

Giulia Zanichelli