Da parecchi anni, grazie a band come White Stripes, Black Keys e Royal Blood, la formula magica di quel tritolo musicale composto da punk e blues minimale non è più un segreto da carbonari e frequentatori dell’underground, ma è stata scoperta anche dal temibile “grande pubblico”. Da sempre però sono i sotterranei, le cantine, i bassifondi, i luoghi di prima appartenenza e di provenienza di questo genere ruvido e sporco.

Lo sanno bene i Gentlemens (la “s” finale, va ribadito, non è un refuso) da Camerano (Ancona), trio composto da Paolo Fioretti (voce, chitarra), Giordano Baldoni (chitarra) e Daniele Fioretti (batteria, voce). La band marchigiana ha affrontato negli anni qualche cambio di formazione, restando però religiosamente devota a sonorità torride, elettriche e rumorose. Attivi dal 2004, i Gentlemens hanno pubblicato tre album (l’esordio “Outlaw Sessions” del 2009, “Less Said, The Better” nel 2013 e “Hobo-Fi” nel 2016), qualche EP e hanno portato in giro per l’Italia e per l’Europa il loro mix esplosivo di lo-fi, botte di adrenalina, volumi assordanti e ritmi sincopati. Dopo migliaia di chilometri macinati, decine di palchi calcati, polvere mangiata, milioni di sigarette fumate, oggi tornano con “Triage”, un ordigno sonoro registrato da Gianluca Turrini (Jon Spencer Blues Explosion, non a caso, e One Dimensional Man) e Matt Bordin (Mojomatics, nemmeno questo a caso, e Squadra Omega) che esce per l’etichetta berlinese Hound Gawd distribuito da Rough Trade.

Se siete a caccia dei suoni del momento, avete proprio sbagliato album. Qui dentro c’è tutt’altro. Per cominciare, un’attitudine punk stradaiola che pervade tutto il disco, capace di generare uno tsunami di suoni sudici che sembreranno trascinarvi sotto un palco appena premete play. C’è l’oscurità del blues anfetaminico e malato, quello di Screamin’ Jay Hawkins (tra)sfigurato da Jon Spencer (di cui apriranno delle date in Italia) come in She Made Me Hard. Un suono carico, denso, dirompente. Ah, e c’è il sesso, un sacco di sesso e di peccati. Ci sono le allucinate vibrazioni rockabilly dei Cramps, come nell’incalzante brano di apertura Still I Am e nello spettrale primo singolo estratto, John Q Public Blues, dove alla festa sembrano unirsi anche i Birthday Party.

C’è la potenza abrasiva del fuzz che ingrossa le chitarre di Sheltered e Shame-Love, energia targata Detroit nei polpastrelli, scosse e rasoiate più che riff. Ci sono la furia e la velocità del rock’n’roll primordiale di Chuck Berry, pochi minuti per canzoni suonate a rotta di collo come Lower Ground Floor. L’urgenza, si diceva una volta. Out Of Here e D’Lana’s Flavor sono lezioni di garage rock esemplari: grezze, martellanti, sguaiate e ossessive. Ci sono la perdita e la perdizione dentro “Triage”. Il proto-punk dei Sonics è un vangelo sempre sul comodino dei Gentlemens, vicino alla bottiglia di Jack. O forse di Varnelli.

C’è la disperata tensione verso la redenzione, il senso di colpa e una sorta di spiritualità sporcata anche dal funk (Second Coming). C’è il tiro del Paisley Undeground e la grinta del garage revival, come in Let you Die, dove sembrano dei redivivi Green On Red. L’inadeguatezza, la speranza che il tempo, o forse il rock’n’roll, aggiusti le cose. Si chiude con Sin – Love Pray, che pare una Heroin più tirata e meno barcollante di quella dei Velvet Underground.

Fuzztones , Gories, Oblivians (con cui hanno anche condiviso il palco), la santissima trinità che benedice dall’alto la deflagrazione di “Triage”, dove in codice rosso vi ci mandano 11 tracce spigolose e urticanti che i Gentlemens vi scaraventano con noncuranza in faccia, sfrontati e nichilisti come gli Stooges, travolgenti come gli Mc5. Chi ha bisogno della musica del momento quando ci sono i Gentlemens?

Andrea Bentivoglio