Epigoni dei White Stripes ce ne sono tanti, e i Daxeteens fanno parte della schiera: ci credono, ma purtroppo come molti di noi sono uno dei tanti sguardi che incrociamo nella folla, anche se ci buttano dentro un po’ dei Mudhoney più sixties e meno cavernicoli per fare una buona prima impressione, come quando vai ai colloqui e perdi tempo a studiare il look che colpisce dritto agli occhi, quello da persona, se non brillante, almeno seria. Ma a parte la facile ironia, l’attacco ci piace: “Naked ground” sa suonare legnosa ma scivolosa, cerca di essere cool ma esce un po’ sgraziata, come certi carismi che risaltano proprio perché nascosti. Un buon inizio, dato che siamo nel campo del vintage rock, ovvero un telefono senza fili che degrada un genere i cui pionieri sono ormai a suonare l’arpa nei cieli.

“Old rebel”, invece, prova a fare una call and response tra la voce e la chitarra a cui non credono neanche gli autori, che forse dovrebbero ricordarsi che più catechismo e superstizione sono d’uopo per addentrarsi in certi climax. “Alabama redneck” possiamo ricordarla per il titolo scontato come la nebbia in val padana e poco altro, la musica è languida e vagamente sudista, ma suona anche un po’ falsa: i Dexateens sono del posto ma suonano patacca, mentre i paesaggi asiatici di cui Salgari scriveva dal suo scrittoio di provincia italiana da cui mai si allontanò sono diventati tradizione. Perciò ragazzi, ricordate di non dare mai nulla per scontato e di non farvi fregare dai luoghi comuni. Proseguendo nella raccolta, “Treat me right” e “Red bird road” sono folkabilly e solari, “Maker mound” e “Shake n bake astrovan” giocano con lo swamp rock psichedelico, e la title track propone una train song pulitina, da freccia rossa più che da fuga in seconda classe senza biglietto.

“Boys with knives” sembra glam rock alla Suzi Quatro, all’insegna del divertimento più innocuo, “Fellowship of the Saturday night brotherhood” invece riprende dal glam il gusto per la ballata decadente, fatta di luce e buio, silenzi e slanci di wall of sound e sviluppo come dio comanda dell’arrangiamento, come i Mott the Hoople nelle loro prove migliori. Dieci tracce senza infamia e senza lode, che, a mio modesto parere, potrebbero suonare meglio con una produzione ed esecuzione meno calligrafica.

Alessandro Scotti