Sì, certo, se pensiamo alla decade d’oro del risveglio del pop britannico non possono che venirci subito alla mente Oasis, Blur, Verve e, perché no, anche Pulp e Radiohead. Spesso però ci scordiamo di una band tanto geniale quanto sottovalutata, anticipatrice di mode e regina delle belle melodie: i Charlatans di Tim Burgess.

Ventotto anni di carriera per tredici album, alcuni dei quali di grandissima caratura artistica. Quest’ultimo “Different Days” si eleva all’interno della discografia della band britannica come un ritorno alla (mezza) luce dopo il cupo “Modern Nature”, nato come antidoto alla morte del batterista Jon Brookes. Ospiti di prestigio quali Paul Weller, Johnny Marr ed Anton Newcombe aiutano poi questi ex ragazzi senza metterli in ombra, anzi esaltandone le qualità.

L’inizio soffuso ed acustico di Hey Sunrise fa da spartiacque sonoro fra la recente malinconia e la nuova luce, lasciando subito lo spazio alla ritmata Solutions, potenziale hit dal vago sapore Tame Impala. La title track mixa magnificamente strumentazione rock e synth, Plastic Machinery è una goduria brit pop, Not Forgotten, col suo riff che deriva direttamente dall’immortale Weirdo, è ballabile ed insieme ragionata e rilassante. Beat sintetici e chitarra acustica creano una pastorale che profuma di Primal Scream in There Will Be Chances, così come Over Again dimostra che Madchester è ancora ben salda nei cuori dei mancuniani. The Same House è un’allegra filastrocca che rimanda direttamente all’annus mirabilis 1994 (vedesi “Parklife”), mentre il ritornello di Let’s Go Together ha dei cori che guardano oltreoceano, più precisamente ai mai troppo rimpianti R.E.M. Un pianoforte quasi anni Ottanta ci accompagna poi per il finale della ballad conclusiva Spinning Out. Graditissima riconferma.

Andrea Manenti

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