Il principe Tamino, creatura letteraria modernissima fuggita dal genio di Mozart, è inseguito dal perfido dragone e una volta raggiunto sviene. Si rianimerà, per sua e per nostra fortuna e il flauto diverrà magico.

Ma chi è questo dannato dragone? Cosa rappresenta, maledetto che non è altro, con la sua temibile e ferina forza di bestia fantastica? Non è nostra consuetudine darci delle risposte, ma forse questa volta occorre convocare Tamino-Amir Moharam Fouad, un giovanissimo ragazzo senza dimora che riunisce e mescola tutte le nostre identità.

Non capita spesso, ma chissà, forse sarà capitato anche a lui, magari durante la composizione del meraviglioso “Amir”, da cantautore meticcio venuto dal Belgio per un quarto egiziano e per l’altro libanese, di essersi ritrovato in fuga da qualcosa. Dopotutto è da una vita che questo ragazzo corre: trasferitosi ad Amsterdam a studiare musica, è cresciuto in men che non si dica. Ha imparato, ha sintetizzato le anime che albergano al suo interno, quasi come fossero trama e ordito del proprio tessuto inconscio. Ha, infine, trovato una momentanea bussola per sapersi orientare e per imprimere una direzione alla materia musicale di cui è scultore unico.

“Il passaggio del vento porta via la gioventù”, come direbbe Mucha, e d’un tratto la voglia di crescere si è fatta maturità, artistica sopra ogni cosa. Romantico e ingenuo come l’età che ha, 21 anni, rifonde l’ascoltatore contemporaneo con il suono della tradizione, europea e mediorientale, quasi da novello cantore dell’antico ordine funestato, irrimediabilmente condannato all’estinzione di una vita solo interiore.

L’ascolto di questo disco d’esordio è punteggiato da rarissimi lampi di luce: alcuni attimi vocali tagliano il mantello spettrale di cui si è vestita la notte e solo allora, come quel principe di cui sopra, anche noi ci svegliamo, salvo poi realizzare di non essere stati portati da nessuna delle tre dame dell’opera mozartiana.

A lui piace Persephone, la traccia di chiusura, perché la ritiene più fresca e matura delle altre, e noi, con lui, ne siamo talmente convinti che alla mente ci viene la dea minore del pantheon greco, la stessa che governava gli Inferi e l’oltretomba, salvo nei mesi caldi far rifiorire i campi al passaggio della madre Demetra.

Se l’abbandono della giovinezza non si collega proprio al concetto di nascita e rifioritura, al contempo il ragazzo, ne siamo certi, non lascerà la terra, al suo passaggio, secca e arida, ma al contrario ne vivificherà la vita e il rigoglio. Ora tocca a lui non farci invecchiare.

Alberto Scuderi