La migliore mercanzia viene esposta in bella mostra fin da subito nel nuovo lavoro di Steve Earl, esattamente come farebbe una ragazza di campagna che viene in città a ballare il sabato sera. Non si sognano nemmeno un secondo di nascondere le loro armi migliori, né la ragazza in questione né il buon vecchio Steve. Niente fraintendimenti o giri di parole, ma subito dritti al punto senza remore né esitazioni. L’obiettivo è chiaro e non c’è motivo di dissimulare.

So You Wanna Be An Outlaw è un’ode all’outlaw country e ai protagonisti del passato. Ruggisce come il motore di una Harley Davidson e luccica al sole come la carrozzeria di una Cadillac. Red Headed Stranger di Willie Nelson oltre che Honky Tonk Heroes e Dreaming My Dreams del mitico Waylon Jennings, cui è dedicato l’LP, sono le stelle che guidano e proteggono il cammino di Steve Earle nel suo più recente viaggio verso Sud.

La carriera del rocker texano è stata lunga e variegata. Sono oramai passati 30 anni dal celebre album d’esordio “Guitar Town”. Altri 20 anni sono invece trascorsi dall’incarcerazione per detenzione di droghe e dalla successiva disintossicazione, che andò di pari passo con una seconda giovinezza musicale.

L’esperienza maturata in sei lustri, sempre accompagnato dalla fedele band The Dukes, permette di rendere variegato anche un album esplicitamente dedicato a una nicchia musicale. La canzone che dà il titolo al full-lenght, realizzata in origine per la serie televisiva “Nashville”, vede la partecipazione della leggenda vivente della music city, il già citato Willie. Inoltre troviamo le ballate folk acustiche News From Colorado e The Girl on the Mountain, il country roots di The Firebreak Line e il sound vintage in stile anni ’50 di You Broke My Heart. I duetti con Johnny Bush su Walkin In L.A. e Miranda Lambert su This Is How It Ends, che vanno ad impreziosire ulteriormente la già ottima fattura della pubblicazione. A chiusura del disco troviamo Goodbye Michelangelo, pezzo dedicato a Guy Clark, mentore e padre putativo di Steve Earle.

In un’epoca dominata dal dream pop e dalla musica elettronica, un album così potrebbe quasi suonare posticcio e derivativo. Ma è la maestria di un artista di lungo corso a renderlo invece magico e senza tempo. Consigliato a tutti quelli che ancora amano il suono della Fender Telecaster e il calore del sole di Austin.

Lesterio Scoppi