Chi è andato al concerto dei Cure, nei giorni passati, è a rischio di sviluppare un malessere da nostalgia degli anni ’80, che ritornano nella loro ingenuità glamour, tra lacca, spalline e rossetti accesi. Se Robert Smith assomiglia ormai più al Mago Otelma che a se stesso, e Simon Le Bon ricorda un po’ Paolo Limiti, il cinema ci dà qualche soddisfazione in più, con l’uscita, nei prossimi giorni (il 9 novembre), di un bel film irlandese, “Sing Street”.
John Carney sembra essersi ormai specializzato in commedie romantiche a tema musicale, dopo “Tutto può cambiare” e “Once”, filmetti piacevoli, che tuttavia non avevano la magia del suo ultimo lavoro. Sarà perché stavolta ci mostra una storia di formazione musicale, dove è una ragazza (bellissima) che spinge Conor verso un mondo dove le band e le canzoni possono dettare stili estetici e offrirci nuovi orizzonti da raggiungere, sfidando ostacoli fisici e sentimentali.
“Sing Street” vive di protagonisti adolescenti, di una storia semplice e sincera, dove rispecchiarsi e sognare un po’, come solo le storie d’amore più belle sanno fare. Come resistere, poi, se l’amore risuona delle canzoni della giovinezza, in una colonna sonora nostalgica e non necessariamente d’autore. Il ragazzino polimusicista è un incrocio tra Corey Feldman (dei Goonies e di Stand by me) ed il giovane Dave Gahan, mentre il protagonista ha un fascino alla Hug Grant (e quindi è quello che alla fine limona). Tra problemi familiari, fratelli maggiori problematici e idolatrati, insegnanti buoni e cattivi, “Sing Street” è riuscito, tutto si incastra alla perfezione e rischiamo di uscire dal cinema un po’ più buoni e sognatori, ritrovando tra noi e noi le parole di “Rio” dei Duran Duran.

Il Demente Colombo