Riecco i Said The Whale, ormai stabilmente un trio dopo lo split del batterista Spencer Schoening, più o meno contestuale al precedente “As Long As Your Eyes Are Wide” del 2017, con un nuovo lavoro sulla lunga distanza: “Cascadia”.

Un album variegato, va detto, che si lascia approcciare con semplicità e con attitudine squisitamente pop: la conferma arriva subito con l’opener Wake Up ed il suo piano, lineare nell’incedere al netto di quei cambi di ritmo buoni a dare la necessaria effervescenza al pezzo.

Il sentiment di cui sopra è confermato anche nella successiva e già diffusa Un-American e i suoi (blandissimi) toni di denuncia, con quel reticolato sonoro che pare più desiderio mimetico verso All my Life di casa Foo Fighters che altro: insomma, si son sentiti inizi migliori.

E anche le successive tracce, come lo zuccherino di Love Don’t Ask o la title track Cascadia (che pare davvero la cuginetta di qualche creatura del più commerciale Lenny Kravitz) finiscono per essere dei pezzi creati esclusivamente per avere nel ritornello una furba componente cathcy e, di converso, per essere dimenticati con altrettanta facilità.

Che poi, gusto, tatto e quel tocco di sobria ruffianeria non mancano di certo: Shame, con il suo messaggio universale sull’importanza di ascoltare le donne è un tentativo di inno da tempi moderni, Old Soul, Young Heart e il suo delicato arpeggio folk arricchito da delicati piano e violini, cerca anch’essa la profondità nei temi nella sua intima essenza.

Da Record Shop in avanti, però, traspare qualcosa di simile a un tentativo di toccare più tasti possibili del pop-rock, il tutto a discapito della qualità, del tratto distintivo, di qualcosa che possa davvero essere degno di memoria: Moonlight, Broken Man, Love, Always e Level Best confermano in toto la sensazione di cui sopra. E nemmeno la sconsolata ed atmosferica chiusura affidata a Gambier Island Green, per quanto deliziosa, riesce ormai a modificare la forma mentis di chi ascolta.

“Cascadia” nella sua interezza scorre sì liquido, cerca di essere stratificato sia nei suoni che nei contenuti, ampliando il ventaglio delle opportunità nel tentativo di raggiungere più orecchie possibili, ma il tutto nei limiti del convenzionale. E a livello di esecutivo, seppur non ci sia niente di eccezionale, non si può non riconoscere savoir faire alla band di Vancouver. D’altronde, quella sensazione continua di déjà sentì, l’assenza di particolari picchi o momenti nemmeno vicini all’essere memorabili o persino meritevoli di futura memoria, l’assenza di una vera e propria peculiare personalità, lascia più di qualche dubbio sul valore assoluto di questo sesto lavoro in studio a firma Ben Worcester e compagnia. Ad maiora.

Anban