In fondo i Royal Trux, ovvero gli “Albano e Romina” del rock e dell’eroina, sono scontati come molti dei loro colleghi “scoppiati”. Sono partiti alla fine degli Anni ’80 giurando eterna fedeltà ai Rolling Stones e alla loro “antica tessitura”. Nel corso di un decennio, però, l’hanno portata alle estreme e ovvie conseguenze, saturandola fino a ottenere un rock bianco in cui la radice nera era volgarizzata a bivacco carnale e senza considerazione per la teologia olistica voodoo che ci sta dietro: una classica mossa da analfabeti laureati all’università della strada.

Nei momenti migliori, tuttavia, quando lo zeitgeist Anni ’90 era imbevuto di elettronica e ambient, questo poteva produrre dei dischi totalmente ectoplasmatici come “Twin Infinitives”, un campionario di meduse impalpabili, senza ritmo, o comunque dotate di movenze così sfumate, dai confini talmente incerti, da sfuggirti tra le dita come l’acqua che vorresti stringere in un pugno. Poi con “Sweet Sixteen” la svolta power pop glam, una fanfara coatta con un motore modificato per far fumo a più non posso. Una scelta stilistica lasciata marcire con una noncuranza degna di un Balotelli e straformatasi, ai tempi di “Veterans of Disorder”, in una rinuncia alla sobrietà a favore di una adesione al machismo punk-metal sullo sfondo di paesaggi sonori sempre più cubisti e brutalisti.

Questo “White Stuff” esce a 20 anni e più dall’esordio. Ma a che punto si trova ora la proposta sonora del duo formato da Neil Hagerty e Jennifer Herrema? Direi una splendida maturità, come certi gatti randagi che sono scampati ai graffi e ai morsi mortali. Vivono di esperienza ed espedienti, passeggiando in downtown come dei monumenti viventi per far ammirare le loro cicatrici e farsi offrire un giro di giostra da chi crede ancora agli dei del rock and roll. Per portare a casa il risultato, i Royal Trux fanno perciò il minimo sforzo ma danno spettacolo con pochi numeri ben collaudati, tipo Ibrahimovic in SML.

Nel nostro caso il mirino è puntato su una chitarra elettrica scintillante, da saltimbanco ma anche da barone del conservatorio, data la maestria sublime di certi passaggi. Resta una sezione ritmica davvero da comprimari, dritta e a mezza velocità, senza un minimo di personalità, moscia e in adorazione perenne del talento arcinoto dei due autori. È vero che con l’età l’entusiasmo si smorza, ma si dovrebbe guadagnarne in modestia, e purtroppo a volte chi va in direzione ostinata e contraria ne è scarsamente dotato, salvo rare e note eccezioni.

Questa svogliatezza si sente soprattutto nei brani più classicamente grunge, come la title track, Year of the dog ed Every Day Swan, tre ottimi campioni di Seattle sound e scarsa igiene intima, dalle quali si discosta solo leggermente Shoes and tag, che potremmo descrivere come un rap metal privo di testosterone ma imbottito di morfina. Anche Purple Audacity e Suburban Junky Lady non fanno altro che riprendere il suono degli anni ruggenti dei nostri, in questo caso richiamando certo rock psichedelico che flirtava col big beat o col trip hop.

Get Used to This e Whopper Dave fanno ancora parte del lotto dei pezzi più rallentati della collezione, ma hanno una solarità e un ottimismo che fa venire in mente, rispettivamente, la golden age clintoniana dei Bran Van 3000 o la swinging London dei Beatles che cantano Obladì Obladà. La prima non ha particolari picchi emozionali, benché suoni davvero ben cesellata anche se ispirata come un falso d’autore, mentre la seconda se non altro ha uno stacco in discesa prima del breve assolo centrale con subitanea risalita sul tappeto volante che merita la menzione come numero di gran classe.

Sic Em Slow ha un non so che di etnico, dalle parti del Sud Est asiatico come viene rappresentato ad Hollywood, ma almeno è giocosa senza propinare certe pose da Kate Moss che ci stufano almeno da 10 anni. Under Ice, traccia finale, ricorda poi i Royal Trux ai tempi di “Sweet sixteen”, un impeccabile esempio di rock and roll, senza tanti giri di parole, con un odore sensuale ma acre e animale come certi umori del corpo. A volte sublimi, a volte irritanti. A volte anche paraculi.

Alessandro Scotti