red-fangI Red Fang suonano come dei mediocri imitatori dei Melvins, anche se ogni tanto provano a imbastire delle ballate psyche, un po’ Velvet Underground, un po’ revival flower power, con risultati mediocri. Punto. Fine della recensione. Basterebbe già questo. Ma un disco di hard-rock / garage-punk / stoner da onestissima sufficienza come questo merita di più, e se ci mediti fornisce utili insegnamenti. I Red Fang sono come Abate, il terzino grigio dell’attuale grigio Milan, di cui ora è anche capitano, mi pare. Personaggi di questo tipo non saranno delle cime o dei fuori classe, ma delle soddisfazioni se le sono tolte, probabilmente hanno fatto molto di più dei loro amici di infanzia, hanno girato il mondo e comunque sono affidabili. Segnatevi questa parola: affidabili. Nel caso dei nostri, la loro miscela di hard rock e punk con scappatelle nella psichedelia sixities, a suon di power chords legnosi, dozzinali e derivativi non stupisce, ma fa il suo sporco mestiere. In più il disco è anche abbastanza vario, perché, come anticipavo prima, oltre ai classici mid-tempo fracassoni ci sono anche tentativi di elaborare pezzi più lenti, d’atmosfera e progressivi. La verità nuda e cruda è che da gruppi così non ti puoi aspettare più di tanto, il talento non è abbastanza e si fa quel che si può, ma finché ci saranno in giro appassionati di rock duro – dando a questa espressione le connotazioni che più vi aggradano – questi americani avranno un loro pubblico, un po’ come i lettori di Tex, che non calano da decenni. E poi forse i gruppi da 6 come questo funzionano perché sono confortevoli, non fanno brutte sorprese. Ci immedesimiamo in loro con facilità, sono come noi, sgobbano per non scendere di categoria, rincorrono la storia più che farla, e se li vedi dal vivo magari dopo sono anche persone piacevoli per berci una birra o più di una.

Alessandro Scotti