Gli svizzeri Pussywarmers suonano un synth pop primi anni 80, vagamente cupo e molto molto nostalgico come tono e umore. Soprattutto la voce, distante e soffusa, fa pensare alla loro dolorosa consapevolezza: quella di non essere negli anni dove il suono che ci propongono era sulla cresta dell’onda, quella di essere solo dei colti curatori di un’operazione di recupero sofisticato di qualcosa che fu.

Però l’operazione è riuscita, e il tono soffuso e lontano delle quattro tracce lascia in bocca un sapore da dream pop che rende questo EP più contemporaneo di quanto possa apparire: non è solo un sogno del pop elettronico dei primi anni 80, è un sogno di quel suono fatto nel secondo decennio del nuovo millennio.

La traccia iniziale è sostenuta da un ritmo uptempo e robotico, la successiva è una parodia doo-woop con riff portante che mi ricorda una lunga schiera di canzoni rock americane della seconda metà del secolo scorso. La terza traccia è un adult-rock atmosferico ed esotico, sempre a base di tastiere a strati, in chiusura nessuna grossa variazione sul tema, forse una base ancora più malinconica e da groppo alla gola ma sorretta da un cantato più naturalistico e meno sfuocato che nelle altre canzoni della raccolta. Il decoro del calvinismo e l’affidabilità borghese fatta musica e suono. Come prendere il feeling di Amercan Graffiti e ambientarlo ai tempi dell’ultimo sussulto di benessere spensierato vissuto dalla cara vecchia Europa. Bravi.

Alessandro Scotti