Mettetevi comodi, allacciate le cinture e preparatevi a un viaggio al confine tra sogno e realtà. Un’esperienza rock rivestita di violini, tastiere e sintetizzatori, messi li a proteggere testi impregnati della consapevolezza di essere “semplicemente” umani e di una velata malinconia.

E’ “Universo n. 6”, il nuovo disco dei Progetto Panico, che tornano privi di ogni provocazione punk del precedente “Cattivi Tutti Quanti” (2016). Un disco la cui tracklist sembra non essere legata da alcun tipo di climax o filo logico consequenziale, quanto piuttosto dall’inconscia necessità di creare una vera e propria galassia che si intreccia in maniera disordinata e allo stesso tempo precisa.

PLAY. Caos dance. Un intro semplice, sostenuto e dolce quanto basta per catapultarci in una dimensione lontana dalla quotidianità caotica dei terrestri. “Ma che inutile fatica per restar nessuno / quanta costanza per volare basso / spingi i pugni al muro per restar sereno”. Pochi versi per attribuire al brano capofila del disco la capacità di congelare tutto quanto si muove prima del suo ascolto e metterci di fronte a “un uomo che davanti allo specchio, in un impeto di consapevolezza, si ricorda di essere umano (e anche piuttosto stronzo)” – come afferma Enrico Carletti, cantante e chitarrista della band.

Ma non c’è vera consapevolezza se prima non si fa un salto nel passato. E’ il caso di Quando ero piccolo. Un brano punk che permette alla band di creare un ponte con il precedente album. Una stella cometa in cui la voce di Carletti diventa impertinente e si nasconde dietro un megafono, quasi per difendersi dall’essere la voce fuori dal coro in un album in cui l’adolescenza sembra essere solo una fase ormai da tempo superata.

E’ tempo invece di fare i conti con le sorprese dell’essere diventati grandi e in cui tutto diventa Spettacolare. Un
inno all’amore che promuove a pieni voti il gruppo nel cimentarsi con un tema così lontano dal loro stile, ma che affrontano con vera maestria. Un Amore autentico in cui l’arrangiamento del brano guida silenziosamente l’espressione del bene che un padre può provare davanti alla nascita del proprio figlio.

Cattiva Matilde è il brano indubbiamente più scuro dell’album. Il profilo di una ragazza che sembra essere il risultato di un puzzle di figure borderline, i cui i tasselli sono tenuti stretti dal violino del maestro Alessandro Fiori. Per comprendere un brano come Vivo per caso bisognerebbe essere nella testa di chi afferma: “Qui la fonte di ispirazione è di un mito dell’hardcore italiano, Alberto Angela. Dopo una lussureggiante puntata di SuperQuark sull’universo, non puoi non sentirti un’accozzaglia di atomi sparsi o pulviscolo di stelle a seconda dell’umore”.

Ma evidentemente nell’”Universo n. 6″ non ci sono autogrill per fare una sosta e così, per un attimo, si torna sulla
Terra con Smile per assicurarci che se stiamo in piedi va bene. Un brano che prende le distanze da una realtà in
cui “stare bene è una questione di like”.

“Mille chilometri di spazio tra me e l’universo / mi ci si sento perso”. Il ritorno nell’Universo spiazza la band che
con Non cambi mai sembra riprendere il filo della riflessione cominciata con Caos Dance per ricordarci come,
molte volte, ci si sente piccoli nonostante tutto intorno sia comunque ok. Non provate poi a chiedervi cosa c’entra un brano come Wolfango, perchè “il pezzo è volutamente brutto e lercio, come il personaggio che descrive, un guardiacaccia” – confessano.

Come ogni viaggio c’è un punto di arrivo. Ma questa volta è il caso di dire che si finisce al punto di partenza. Spermatozoi. Un brano musicalmente non troppo elaborato (se non nella sua coda finale) rispetto al resto del disco, che fa risaltare un testo che sembra voler sottolineare la cura e la bravura di Carletti nel mettere insieme parole come un consapevole artigiano che sa fare bene il suo mestiere.

Un disco dal quale trasuda l’impegno dei Progetto Panico nello spingersi al limite, per restituirci un lavoro prezioso che plachi la nostra voglia di ascoltare qualcosa di nuovo e ben fatto. Un disco che risuona nell’ombra di riflettori puntati distrattamente altrove.

Renato Murri