Dopo qualcosa come 15 anni di letargo (almeno “nominale”), serviti ed usati per portare avanti in totale autonomia il proprio percorso musicale, riecco David Bazan ripresentarsi con il mantello di Pedro the Lion. Alla soglia dei 43 anni, il musicista americano ha di nuovo impugnato il basso e ha chiamato a supporto Eril Walters alla chitarra (già nei Silver Torches) e il fidato Sean Lane alla batteria. Musica, voce e testi, però, sono tutti farina del suo sacco.

Il disco si intitola “Phoenix”, come la città in cui è cresciuto, ed è il primo di altri album che lo stesso cantautore ha in mente di dedicare alle città in cui è passato, in cui ha trascorso del tempo, che gli hanno lasciato in eredità qualcosa. La città dell’Arizona è quindi il palcoscenico di quello che si può pacificamente definire un concept album, all’interno del quale Bazan trova l’occasione di guardarsi indietro a quando era bambino, e rielaborare con gli occhi dell’adulto le emozioni che quei giorni e quei luoghi gli hanno dato in dono.

E lo fa come meglio sa fare: con il suo songrwiting umano, intimo, personale e adesso squisitamente autobiografico, mettendo per il momento da parte temi storicamente a lui più cari quali la religione (nonostante alcuni rimandi e richiami al Vangelo) o le invettive al turbo-capitalismo; cercando di dare profondità alla sua voce robusta, baritonale e melanconica; arricchendo il menù sonoro, ancora a base di rock minimale/lo-fi, di maggiore energia, tra chitarre elettriche argentine anche nei loro momenti più sporchi, e il sodalizio basso-batteria, per quanto mai invadente, che si fa sentire ben marcato.

Eccolo quindi Bazan guardarsi indietro con peculiare nostalgia e malinconia, ai momenti della prima libertà trovata sulle due ruote della sua Yellow Bike, sognare una nuova e più confortevole casa per sé e i suoi cari in Model Homes, chiedere scusa postuma a un amico (metaforicamente, il David bambino) a cui non è stata data debita importanza in Quietest Friend, quest’ultimo un autentico inno da cantare ad occhi chiusi per trattenere le lacrime. Avanti, a rielaborare con occhi adulti quei luoghi, quelle pulsioni che il periodo preadolescenziale trascorso in Arizona gli hanno lasciato, fino alla laconica lettera d’addio che è All Seein Eyes o il succinto congedo, pensieroso, con la bocca al finestrino della macchina che cambia città di Leaving The Valley.

Perché Phoenix è un album sulle emozioni, siano esse anche turbamenti, del ritornare, del rivedere se stessi, del ricercarsi. E del ritrovarsi.

Ed è con la stessa emozione – e piacere – che noi ritroviamo David Bazan nella sua livrea Pedro the Lion.

Anban