L’ennesimo lavoro della sterminata discografia degli Of Montreal vede la luce appena sei mesi dopo l’uscita, lo scorso agosto, di Innocence Reaches. Polyvinil Records dà nuovamente fiducia a Kevin Barnes e soci pubblicando Rune Husk, quattro tracce non proprio facilmente assimilabili. Chi li segue è ormai avvezzo all’affanno continuo nella ricerca di ogni sperimentazione possibile da parte di questa band. Il suo frontman non ha mai voluto abituare e accontentare il pubblico, trovando piuttosto nel mutamento la sua coerenza. Quello di Rune Husk non è altro che il milionesimo esempio.

Solo all’apparenza scarnificato fino all’osso (Internecine Larks), l’EP rivela le sue più svariate venature man mano che si prosegue nell’ascolto. Le chitarrone sono ciò che serve a dare forma (Stag to the stable), fino a quando la visione non cambia, daccapo, ed è così che ci si ritrova nel labirinto delle distorsioni in cui rischia di smarrirsi Widowsucking. Raggiunto il livello massimo di saturazione, ecco che l’esecuzione sfocia nella più totale rapsodia di Kevin Barnes. Più di tre minuti di strumentale chiudono così l’EP della band statunitense. L’energia non manca, le buone intenzioni nemmeno, ma il risultato finale che ne scaturisce è fin troppo impastato di questi schizzi di psichedelia. Manca forse un reale coinvolgimento del pubblico, che un’altra volta deve misurarsi con l’estro egoriferito di Barnes.

Caterina Gritti