Un disco pop vecchio stampo, quest’ultimo lavoro dei Nadiè, loro secondo album, dal titolo “Acqua alta a Venezia”. I Nadiè, però, non sono veneti, ma siciliani, e sono Giovanni Scuderi (voce e chitarra), Vincenzo Battaglia (piano e synth), Alfio Musumeci (batteria), Gianpiero Leone (basso) e Francesco Gueli (chitarre). Per prima cosa, prima di iniziare il mio ascolto, guardo la copertina e il retrocopertina: non conosco ancora i Nadiè e penso che questo potrebbe essere un disco oscuro, ai limiti del malvagio. In copertina, effetto colore seppia, un corpo di bambino in tenuta scolastica di metà novecento con in mano un fucile e una testa di coniglio. In retrocopertina una donna seduta, con la testa di un capro. Penso a qualcosa di eretico, spero in un album esoterico. Lo ascolto, resto delusa. No, non si giudica un album dalla copertina.

La prima traccia è Conigli. Il disco si apre con uno straziante suono pop, fatto di archi e rumori elettronici, un sound che è una via di mezzo tra quello dei Negramaro – sarà anche il riferimento al coniglio che a me li ricorda sempre – e Baglioni, che purtroppo – o per fortuna per qualcuno – tornerà ancora. In discoteca si apre con una voce dall’oltretomba che sussurra qualcosa che ha a che fare con le droghe sintetiche, effettivamente l’argomento chiave dell’intero brano, insieme al sesso e al potere effimero e falso che la gente ganza ostenta sul dance floor della vita. Solo in Italia si applaude ai funerali è a mio avviso il pezzo migliore dell’album, un titolo che è una bella metafora e un brano che racchiude nelle sue espressioni il paradosso su cui si basano certi atteggiamenti politico-sociali con cui ogni giorno, mediaticamente o direttamente, ogni cittadino italiano si trova a fare i conti. Brani come La bionda degli Abba e Fuochi sono molto lenti, intimi, sensibili. Molto bella la traccia Dio è un chitarrista, unico sprazzo di pseudo-blasfemia rockeggiante, con riferimento-metafora alla religione, alle religioni e a usi e costumi a queste spesso legate, o a queste in netta opposizione. La title-track Acqua alta a Venezia è forse il brano più arrabbiato, quello più urlato, incazzato, che se la prende con l’incapacità di stabilire un contatto umano che non preveda più l’uso della tecnologia.

Nel complesso questi sono brani che strabordano di vecchio pop nostrano, ho letto meglio i testi e li ho apprezzati. Nella musica ci sento a tratti anche la voce di Antonello Venditti, però più rabbioso, con testi che parlano di immoralità e degenerazione etica ed estetica e musiche che vorrebbero catalogarsi nel rock. Mi ricordano tanto sforzi già compiuti nella musica italiana nel corso degli ultimi vent’anni, quando su basi alla Guns’n’Roses o alla Oasis si tentava di fare rock all’italiana e si finiva (e si finisce ancora) nelle classifiche pop. Non farò altri nomi, vi lascio indovinare.

Marilena Carbone