Il 2019 è partito alla grande. Abbiamo scovato perle di sperimentazione elettronica e non solo, di cui si è parlato poco. Qui trovate  quattro album di musica bella fresca, che forse vi sono sfuggiti, ma che è assolutamente necessario recuperare.

SEED ENSEMBLE – DRIFTGLASS

I Seed Ensemble sono una band di 10 musicisti che affolano la sempre più ricca scena del nuovo jazz londinese. Diretti dalla  compositrice, sassofonista e vincitrice del “British Composer Award 2018” Cassie Kinoshi (KOKOROKO; NERIJA), il progetto presenta una line -up stellare composta da alcuni dei migliori musicisti della capitale inglese, incluso Theon Cross (Sons of Kemet) e un certo Joe- Armon Jones, tastierista e produttore reduce da un 2018 di fuoco. Il disco, uscito per “jazz re:freshed”,  unisce il jazz ad influenze urbane, mentre Africa Occidentale e groove caraibici si fondono attraverso arrangiamenti ricchi di armonia e temi melodici. Una musica che rappresenta in tutto e per tutto la città più cosmopolita d’Europa, in particolare la nuova comunità afro-inglese, oggi sinonimo di creatività e innovazione: “Driftglass” è un disco affascinante, senza trucchi di sorta. Da consumare. 

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THEON CROSS – FYAH

Chi avrebbe mai detto che la tuba potesse essere uno strumento così versatile? Oltre alla banda di paese, in poche occasioni possiamo ascoltare il suono di questo tipo di ottone. Eppure, a Londra c’è qualcuno che lo fa suonare benissimo in un tipo di musica apperentemente lontana dal contesto bandistico. Membro dei Seed Ensemble (leggi sopra) e Sons of Kemet, Theon Cross esce con il suo primo vero disco da solista: uscito per la Gearbox Records, il tuba player d’eccezione si presenta con Moses Boyd alla batteria e Nubya Garcia al sax, un trio pazzesco. La musica che scrive Theon e il tipo di gruppo rappresentano l’altra faccia del sound nujazz londinese, quello che si distacca da armonie e ricchezza timbrica ma che punta verso un afrobeat più acerbo e rude. Attraverso il suono della tuba, ritmiche alla Tony Allen ed i fraseggi ritmici simbolo della Garcia, questo disco riesce ad accostare il suono più tradizionale del jazz arcaico (bandistico) con la spinta ritmica tipica dell’afrobeat più sfrenato.

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TAMBURI NERI – WORKS #1

“Pechino- Gennaio 1988”. Il nuovo fantastico progetto dei produttori milanesi Claudio Brioschi e Andrea Barbieri  si consuma in un paesaggio grigio, fumoso e ghiacciato: loro sono Tamburi Neri, un duo molto interessante che gira intorno a recitazione e musica elettronica, due mondi apparentemente distanti che si avvicinano attraverso suggestioni visive e sonore. Uscito per l’etichetta scozzese Optimo Music, la loro prima fatica discografica stringe elementi tribali bollenti ad una dance gelida quasi downtempo, dove percussioni, urla e chitarre distorte si materializzano in una Milano sfocata e distratta. Le parole recitate e pronunciate da Barbieri nel brano di apertura Pechino pesano come un’incudine, provare per credere: in Animali, invece, la voce assume sembianze di popolazioni indigene, la foresta amazzonica e la sua ricca fauna. “Works 1” è un condensato di idee, immagini e  culture di un altro mondo che si incontrano con la nostra voglia di stare al centro della pista.

 

MARK DE CLIVE LOWE – HERITAGE

Abbiamo conosciuto Mark De Clive Lowe come uno dei fondatori del break beat 90s londinese, avendo collaborato con i gruppi più di punta dell’epoca, quali 4hero e Bugz In The Attic. Ora, il pianista/produttore/dj metà giapponese e neozelandese risiede a Los Angeles e sforna una media di un disco all’anno. Quest’ultimo lavoro è sicuramente uno di quelli più interessanti, avvicinandosi maggiormente al jazz ed interpretandolo in una sfera acustica: il piano a coda è l’elemento costante, ne consegue una certa intimità sonora da pelle d’oca, i brani sono semplici ma bellissimi mettendo in mostra al contempo le sue doti pianistiche.  Il disco si immerge nella vita del pianista, mettendolo a nudo con composizioni ispirate a storie popolari della sua infanzia, la mitologia della madrepatria e le sue esperienze personali in Giappone. “Heritage” è sicuramente l’album più personale della discografia di Lowe, e merita un ascolto approfondito.

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Pietro Gregori