Siamo in tanti, non in troppi. C’è fresco, quel fresco giusto che ti rinfranca dopo una lunga giornata lavorativa e ti restituisce la voglia di esistere, quasi come la vista dello stand di birre all’ingresso della Cavea dell’ Auditorium Parco della Musica di Roma, quel luogo dall’acustica incredibile e dalla complessa raggiungibiità.
A Michael Kiwanuka non importa tanto di essere qui. Non cambia nulla, per lui, ha l’aria di uno che suona allo stesso modo nel suo stanzino prove, al compleanno della nonna o davanti a centinaia di persone. Non è spocchia, è quella dote rarissima chiamata umiltà. Presa per mano saldamente da quell’altra caratteristica forse ancora più pregiata chiamata talento.

Jeans e camicia a quadri, Michael sale sul palco dopo i suoi musicisti e ne esce prima, lascinadoli presendere i loro meritati applausi e presentandoli a più riprese. Non invade la scena, la condivide pur sovrastandola. Ha uno spirito gentile e una voce nera come lui. La mastica, la graffia, , la domina in ogni sfumatura, la spinge contro i denti per farla uscire densa di emozioni.

“Cold Little Hearth” apre le danze, preceduto solo da una breve ma magica intro musicale che prelude all’alto livello strumentale del resto del concerto. Sono danze di poesia e malinconia, danze soul a volte rabbiosamente rock a volte suadenti.
E 90 minuti volano così, tra brani – perlopiù dall’ultimo album “Love&Hate”- eseguiti in una perfetta chimica di gruppo e altri più intimi -come “Falling” solo chitarra acustica e basso -, tra mani che battono un irresistibile controtempo in “Black Man in a White World” e l’incantesimo poetico di “Rule the world”.

Il pubblico è totalmente lì con lui, si vedono le teste dondolare, si tendono le braccia al cielo, qualcuno non riesce a trattenersi e inizia a ballare. Sono così in pace con me stessa che (quasi) non mi infastidiscono i piccioncini che avvicinano le teste ogni venti secondi due posti davanti a me, oscurandomi la visuale e rendendomi involontaria partecipe del loro grande e a quanto pare incontenibile amore.

Il bis è inevitabile, ed è una chicca finale, un tre di briscola calato all’ultima mano che include le hit song del suo secondo e ultimo album, “Home again” e “Love and Hate”.
Un finale che è il perfetto riassunto dello show romano di questo ragazzone d’altri tempi: uno che fa il suo mestiere da solo e con gli altri, con cura e senza vanità, con semplicità ma incredibile finezza di animo e di intenti. Uno che sa fare aleggiare nell’aria emozioni senza farle mai diventare gravi e grevi, uno che esporta dall’Inghilterra dei suoi piedi e dall’Uganda del suo sangue malinconie mai depresse e entusiasmi mai eccessivi.
Uno che non nasconde le sue fragilità ma le sbatte su pentagramma, mostrando un coraggio regale e un’onestà intellettuale e sonora così tangibile da far venire le lacrime agli occhi.
a cura di Giulia Zanichelli