Sono tornati e lo urlano in silenzio. I Massimo Volume spalancano piano una finestra sul mondo che interrompe una pausa di sei anni, dal ruvido “Aspettando i barbari”. Lo fanno con discrezione. Come chi non sa cosa li aspetta. Come chi ha cerotti sull’anima e sulle chitarre distorte. 
 
E’ evidente: per i Massimo Volume è l’inizio di una nuova vita musicale, scandita da una voce di Emidio Clementi più calda, da un’intimità ridotta all’essenziale nei suoni e da testi che con fatica riescono a trattenere inquietudine. 
 
Si riparte dalla loro base, dalla loro parte più interiore, sciorinando il loro noise-pop “d’autore”, eliminando gli eccessi di un’elettronica che è stata funzionale, ma non è più necessaria. Si va dritti al punto.  Non si entra nel loro mondo. Preferiscono essere loro ad uscire in piena notte per sbrogliare matasse interiori in maniera precisa, con un ritmo che è una confessione all’orecchio di “un’affollata solitudine”, per dirla alla Pessoa.
 
Nuotatori in equilibrio fra il caos calmo e il “so quello che faccio”. In un’acqua che tutto porta a galla, che tutto fa vedere. Nessun singolo in anteprima. Ci penserà l’incipit Una voce a Orlando a catapultare chi ascolta, senza preavviso, nello svolgimento pieno. Disperata finta quiete.
 
Una batteria più lenta e dimessa fa da sfondo per le sinuosità cadenzate del basso e le chitarre sono rasoiate destinate a quietarsi solo sul finale, quando è ora di andare. Di salutare. Di naufragare. 
 
Un disco che in appena 36 minuti aggiunge una dolcezza inquieta e confidenziale al repertorio dei Massimo Volume, sfumature di colore che mai si erano mostrate così padrone di se stesse e così in grado di mostrare un senso della misura che economizza sul troppo, educa e dosa il rumore e rende la poetica narrativa un vero e più completo contenitore musicale.
 
E alla fine rimane un bellissimo e maturo disco di musica centrata per ferite lasciate ad asciugare, per tatuaggi sbagliati, per chi porta a spasso la propria consapevole solitudine in mezzo alle moltitudini che prendono il sole poco più in là (a voler citare la foto di copertina). 
 
Infine, se non suonasse quasi come una bestemmia, potremmo dire che al netto di ogni stringata distorsione questo è il loro disco pop, che però di popolare ha il solo pregio di poter parlare al centro portante di ogni umanità: quella che prova a “naufragare senza perdersi nel mare”.
 
Renato Murri