Stilosissimi, tossici, dannati, pallidi, teatrali e melodici: così si presentano al loro quarto album gli scandinavi Marching Church. Nata da un desiderio elitario e decadente del leader Elias Bender Rønnenfelt (già negli estremisti punk Iceage) che qualche anno fa, a proposito della sua creatura, ebbe a dire che egli stesso si vedeva nella sua immaginazione “seduto in una comoda poltrona, ornato in abito oro, mentre guidavo la mia band e ordinavo a una ragazza di versarmi dello champagne”, la band si è formata con il passare del tempo da un accumulo di musicisti della scena underground danese venuti in aiuto al carismatico frontman.

Il suono si riallaccia al post punk più ebbro degli anni Ottanta, senza tralasciare uno spassionato amore per l’improvvisazione, l’oscurità e il nume tutelare Nick Cave. Troviamo così i ritmi quadrati che si aprono in un tesissimo ritornello di “Up for Days”, l’inno quasi pop del singolo “Heart of Life” con quel suo inizio così tanto “Close to Me” dei Cure, la cavalcata “Inner City Pigeon”, la fumosa “Lion’s Den” fra Clash e Gorillaz, il rock’n’roll di “2016” e la ballad festiva “Calenture”. I Marching Church stanno agli Iceage praticamente quanto gli (International ) Noise Conspiracy stavano ai Refused e sono una delle (purtroppo non troppe) prove viventi che il rock’n’roll non è ancora morto.

Andrea Manenti