Perché Liam Gallagher? Perché no. “Our kid” è stato il frontman di una delle più grandi band degli anni Novanta, gli Oasis, e successivamente ha vissuto periodi che definire grigi è un eufemismo. Ma…

Sono passati solo due anni da quando Liam ha deciso di tornare mettendoci la faccia. Lo ha fatto dapprima attraverso un singolo, Wall of Glass, in cui si sente forte l’amore per gli anni Sessanta, si sentono le melodie dei nineties e la sua immagine ne esce rivalutata positivamente. Se questo non bastasse, con l’autunno del 2017, era stato pubblicato l’album del suo ritorno da solista: un semplice mix di rock’n’roll e ballad grazie al quale il ragazzo ha dimostrato di essere ancora competitivo a livello musicale. I risultati delle vendite di “As You Were” gli hanno dato ragione.

Nel frattempo, persino i maggiori detrattori del minore dei fratelli Gallagher si sono piano piano avvicinati in massa alla sua semplicità a discapito della nuova strada pop – psichedelica di Noel. Liam si fa aiutare a scrivere le canzoni? Non è tutta farina del suo sacco? Chi se ne frega, non lo è mai stata. Liam è un grande interprete, è una rockstar ed è questo che vogliamo.

“Why Me? Why Not.”, il secondo capitolo dell’avventura solista del piccolo Gallagher, non offre novità, ma undici (a cui sono da aggiungere tre bonus track nella versione deluxe) belle canzoni, inni che il popolo orfano degli Oasis è pronto a cantare a squarciagola nei prossimi live del mancuniano. Shockwave e quel suo riff così Rolling Stones è una botta allo stomaco, One of Us è una lettera d’amore verso il fratello perduto e ci regala un Liam Gallagher sensibile come quasi mai (forse solo nella recente For What It’s Worth del precedente album).

Once è una ballad da pelle d’oca, Now that I’ve Found You una sentita dedica a Molly Moorish, figlia da poco riconosciuta, e sa molto di John Lennon. Terminato questo poker d’assi, troviamo il pianoforte impazzito e i coretti di Halo, il 4/4 possente della title track, i seventies glam di Be Still, il pop e la psichedelia beatlesiani rispettivamente di Allright Now e Meadow. Il finale regala il rock possente di The River e il perfetto incontro fra gli archi e la chitarra elettrica riverberata di Gone.

Parliamo però dell’ex leader degli Oasis e, come vuole la tradizione, le b-side (in quest’epoca bonus track dello stesso album) non sono assolutamente da meno rispetto al resto del lavoro. Invisible Sun ricorda i migliori Primal Scream, Misunderstood è un’altra emozionante ballata, Glimmer una frizzante canzoncina pop senza pretese. Liam non fa nulla di nuovo, si accontenta di fare quello che sa fare e lo fa dannatamente bene. Mica poco.

Andrea Manenti