For Love Often Turns Us Still. Per amore spesso ci immobilizziamo. Questo il titolo dell’ultimo lavoro dei Lambchop, band alternative country del Tennessee, formatasi esattamente tre decenni fa, nel 1986. “Flotus” è l’album del trentennale, una conferma per questo collettivo, capitanato da Kurt Wagner, che scorre nelle note delicate dei brani che lo compongono. Un album, questo, in perfetta linea con i precedenti lavori in studio dei Lambchop, eppure uguale a nessun altro. Suoni zuppi di elettronica, una nuova scossa alla storia della band.

L’album, composto di undici tracce, si apre con In Care Of 8675309, di circa dodici minuti, e si conclude con The Hustle, diciotto sognanti minuti che accompagnano verso la fine, come fosse un cerchio che si chiude. Nel mentre, brani lontani dalla tradizionale forma canzone trasportano l’autore nella lenta combustione dell’album. Il primo brano è l’ingresso verso il nuovo sound della band, a cui fa da sottofondo un leggero organo, accompagnato da basso e tastiera, su cui canta la voce cullante, e modificata dall’auto-tune, di Wagner. Per il brano in chiusura invece non sono preferiti effetti vocali, ma la potente quanto vulnerabile voce del frontman scivola via tra riferimenti jazz, un debole pianoforte e suoni elettronici.

Nessun altro brano è immediato come questi. Pianoforti e liriche si ripetono uno dopo l’altro nello sconfinato territorio del folk che cede alla reinvenzione e ai suoni elettronici. Suoni profondi del basso, batteria campionata e rumori meccanici ipnotizzano e inebriano di malinconia. La traccia Flotus, che dà il titolo all’intera opera, è forse la più lenta e s’apre come una ninnananna. Quasi al gran finale NIV risulta essere la traccia più complessa, dalla melodia sognate e rassicurante. Questo album già dal suo titolo ci fa cogliere il messaggio della band, un invito alla meditazione e alla realizzazione di come le cose più semplici, quelle che delle volte sono date per scontate, lascino ancora senza parole.

Marilena Carbone