Chitarra elettrica che si avvita in riff boogie-blues degni di uno Slash in gran spolvero; batteria elettronica turgida come i muscoli di Dave Gahan ai tempi di Personal Jesus; golosità insana per i suoni electro-trash che fa pensare agli Stereo Total; disprezzo esistenziale per il volgo, recitato su un tappeto sfilacciato di blues da bettola degno di Vinicio Capossela: benvenuti nel mondo dei Lady Ubuntu.

I nostri eroi viaggiano sui 40. Vengono dalla provincia padana e testimoniano senza filtri cos’erano nei loro anni verdi e cosa tutto sommato vogliono continuare ad essere oggi: dei teatranti per cui la denuncia e la farsa si scambiano di ruolo continuamente, anche per merito di un efficacissimo cantato recitato e di un sound da Circo Togni d’annata. Con premesse di questo tipo, il rischio di suonare come dei vecchi snob o debosciati fuori tempo massimo è davvero dietro l’angolo, ma le canzoni di questo loro secondo disco dimostrano che dietro la maschera si nascondono dei certosini del lo-fi.

Ogni traccia ha un suo sviluppo, una sua orchestrazione e un suo arrangiamento classico, equilibrato e rispettoso del mestiere artigianale del canzonettista. Sotto una coltre di suoni volutamente fastidiosi e ritmi sghembi si nasconde pertanto un disegno fatto di saggia ed equilibrata pesatura degli ingredienti, e questo ci fa dire che i Lady Ubuntu sono qui per restare e vanno presi decisamente sul serio. Menzione d’onore per la title track, paradigmatica del loro rock, e per Donna buio, disturbante senza via di scampo.

Alessandro Scotti