A quasi cinque anni dall’esordio con “Lucky girl”, Julitha Ryan confeziona “The Winter Journey”, dimostrando come l’inverno più freddo possa scatenarsi anche alle porte della primavera. Per l’artista australiana un rapporto d’amore collaudato con l’Italia e i suoi musicisti, che nel disco hanno suonato chitarre, viole, organi, synth, piano e mandolini, questo nuovo lavoro si presenta come maestoso, non immediato ma sicuramente d’impatto.

Un’ottima autoproduzione che miscela tra loro varie sonorità, proponendo uno studio intenso sulle vesti di ciascun brano, che non appare mai scontato, tra chitarre elettriche e pedali, unitamente ad archi ed altri elementi sinfonici. Il disco mette in dialogo parti strumentali differenti: se Bonfire è una ballatona classica, Like a Jail cambia il passo, decisamente più ruvido e, di nuovo, in Woman walks her cat, l’impronta è tutta blues. C’è persino spazio per un brano quasi interamente strumentale, arricchito solo da dei cori in lontananza (Memento), in cui l’atmosfera diventa più ombrosa, fino ad arrivare alla lunghissima coda di oltre dieci minuti (There is no Turning Back) con cui termina il disco, in modo imponente.

Quando l’austerità dei brani sembra spingersi troppo oltre, ecco che viene smussata dall’elettronica liquida. L’accostamento di due mondi equidistanti dalla Ryan, quello più folk cantautorale e quello squisitamente più punk-psichedelico, danno vita a un esperimento originalissimo, che è proprio della sua poetica. La costruzione suggestiva attorno al pianoforte (Zeehan) e altri giochi di puro stile non sono altro che un’evoluzione continua che giunge fino a quello che la cantautrice definisce essere il “Milano groove”.

“The Winter Journey” non è un’opera istantanea, ma si fa apprezzare per l’intensità dello stile proposto, un viaggio invernale elegante e inatteso quanto repentino è il cambio di registro. La chiusura è stregante. Una visione onirica della musica, profondamente evocativa nelle scelte.

Caterina Gritti