Johann Sebastian Punk incarna la tradizione del rock con la R maiuscola e la porta sullo stesso altare dove è già stata innalzata la musica classica. La one-man-band milanese (siciliana d’origine), a discapito del nome, recupera il glam più che il punk, il new romantic e l’epica dell’artista come divo distante e superuomo, lo arrangia e orchestra con sapienza, e consegna a noi mortali delle tracce complesse, multicromatiche, a metà tra Marc Bolan e i Queen più operistici.

Mankind Blues è un aria operistica innodica, eterea, che cresce prima al trotto e poi al galoppo, motivata dai fiati che fanno da controcanto alla voce, e sostenuta da un ritornello ricamato con arabeschi, per atterrare su un bridge morbido come un cuscino di seta. Ma è un riposo apparente, perché è subito pronta a lanciarsi in una jam pseudo black. Toglie il fiato la ricchezza dell’arraggiamento, ed esaurisce le parole a disposizione il doverne parlare. E siamo solo alla prima traccia.

In ogni caso, una cosa appare lampante: gli strumenti sono quelli del prog, ma l’obiettivo finale è quello del pop. Confession è costruita senza batteria, a partire da un crooning vocale che si arricchisce di polifonie, senza rinunciare all’umore innodico della traccia iniziale, anche se qui viene sciolto nello zucchero del ritornello a carillon, chiuso da un contrappunto di tromba in bilico tra la dolcezza e l’isteria. A metà traccia entra la batteria a dare corpo a una base che continua imperterrita a ripetersi nella sua semplicità. Gli svolazzi di fiati e voce si lanciano e rincorrono fino all’esaurirsi della canzone.

Tragedy abbozza quasi un riff, una specie di boogie barocco, che lascia il palco a vocalizzi da grande soirée che si appassionano in un ritornello quasi glam. Se Bowie avesse provato a scimmiottare Sinatra avrebbe architettato qualcosa di simile. Solo un divertissement di archi e voce con In Search of the Miraculous (neanche un minuto che sembra un campionamento di una composizione simil-classica), per giocarsi poi la carta esotica della Samba da Segunda-Feira, una traccia che al di là del ritmo brasiliano conferma la poetica delle canzoni precedenti, che scaturisce da un personale e molto ben calibrato miscuglio di musica colta, prog e pop, con un gusto innegabile per arrangiamenti strumentali e vocali divistici e strabordanti.

Un altro abbozzo è Rite of Passage, un minuto e poco più di musica vagamente misteriosa, giocata su una melodia mielosa di violino che si disfa dopo pochi secondi. L’inizio barocco di The Quintessential si accascia su un tappeto quasi synth pop, con il piano che nel ritornello fraseggia e accompagna la voce. La batteria è molto più robotica, come ritmo e timbro, che nel resto del disco, e anche la chitarra sintetica che entra alla seconda strofa sembra graffiare un funky bianco quasi da disco music. Il ritornello di piano e flauto a metà traccia ci riporta in Accademia, da cui comunque non ci siamo mai davvero allontanati.

Insanity Fair è una ballata colta, nervosa, arrangiata in modo lussureggiante, una specie di compendio del miglior pop operistico inglese: Elton John, Queen, Pulp o chi più vi piace. Tant’è che a metà del guado, non pago di tanta musica già proposta, l’autore trasforma e sviluppa la struttura della traccia in un crescendo quasi sinfonico prima, e quasi cameristico dopo, con una chiusura finale tra il clavicembalo e il dubstep. Chiude le danze Manifest Destiny, giocata su un arpeggio trotterellante, cesellata a meraviglia, cullante e onirica. Forse la traccia più rock tra le nove presenti.

Alessandro Scotti