Ogni traccia del nuovo disco dello svedese Jens Lekman, “Life Will See You Now”, sa di indie-pop apparentemente allegro e spensierato. In ogni traccia echeggia l’influenza dei Belle and Sebastien, dei cugini norvegesi Kings of Convenience e in alcune tracce la somiglianza con la voce di Morrissey è davvero sorprendente. Jens prende l’ascoltatore per mano e lo accompagna delicatamente a conoscere la sua “missione” in To Know Your Mission: il ritmo diventa pian piano più coinvolgente e quello che si può apprezzare qui, come in tutto il disco, è il testo di ogni canzone, che dietro ciascuna parola cela riflessioni più profonde le quali fanno nascere quesiti sulla vita/morte, toccando punte di spiritualità (non troppo celata).

Qual è “nostra missione” nel mondo? Che cosa facciamo qui? Perché siamo qui? Al servizio di chi siamo? La spiritualità si ritrova anche nella canzone successiva Evening Prayer, in cui la voce maschile è sostenuta da una femminile. Un amico malato diventa il soggetto principale delle sue preghiere. E sorgono altri quesiti: come si possono affrontare le proprie paure? Concretizzandole, rendendole tangibili. Una conferma ulteriore a tale quesito sembrerebbe esserci anche nel pezzo vagamente soul ed RnB Postcard #17.

“If you’re gonna write a song about this then please don’t make it a sad song”: canta poi in Hotwire the Ferris Wheel. L’atmosfera leggermente pesante qui si smorza: cosa si può fare per vivere realmente? Attivare una ruota panoramica, ad esempio, e mettersi nei guai. E le domande continuano: What’s That Perfume That You Wear?, il titolo di un’altra canzone, un po’ malinconica ed espressione di una tristezza intrinseca dovuta a promesse che non si possono più mantenere, anche se non si direbbe, dato il ritmo molto trascinante e le sonorità tropical. Le stesse che si ritrovano all’inizio di Wedding in Finistere, che contiene anche una sorta di scioglilingua molto ironico ed interessante.

Jens continua a raccontare esperienze della vita quotidiana: i litigi di coppia al ristorante, darsi la mano sotto al tavolo, sorridere, fare la pace (Our First Fight); lunghi giri di parole per raccontare il modo in cui ha conosciuto la persona che ama (How We Met, the Long Version). E ancora: storie d’amore, di dichiarazioni difficili da fare, cantate su un sottofondo di violino e piano e una docile chitarra (How Can I Tell Him); e infine la tristezza dovuta a tutto ciò che non ha mai fatto e ai rimpianti, probabilmente, che lo porteranno via come un soffione nel vento (Dandelion Seed).

Il cantautore nella prima canzone dice di scrivere canzoni i cui testi non sono bellissimi e se la sua missione non dovesse funzionare, vorrebbe essere un assistente sociale come il padre e ascoltare le storie delle persone: “essere un orecchio in un mondo pieno di bocche”. Nel frattempo però credo possa continuare a seguire il suo percorso e a scrivere, seguendo il “GPS che ha nel cuore”, come lo chiama lui.

Mariangela Santella

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