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(di Giulia Bartolini)

 

Milano, 3 marzo 2017

In occasione della data milanese al Serraglio, siamo andati a scambiare due chiacchiere con Giorgio Poi, che dopo l’esperienza con i Cairobi (prima Iovadoinmessico) ha lanciato il suo progetto solista. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo nuovo disco, sulle sue aspettative e sul jazz che ha studiato a Londra.

Ciao Giorgio, sembra esserci molta aspettativa nei tuoi confronti! Rispetto agli altri esordi, come quello con Iovadoinmessico, quali sono le sensazioni? Senti su di te una aspettativa?
Sai che in verità no, il mio obiettivo è quello di suonare bene, io sono abbastanza paranoico in questo. Se ci sono delle aspettative su di me mi interessa poco, o comunque nei limiti. Sono molto attento al concerto, di fare bene; ci tengo personalmente e voglio che venga come lo voglio io. Qualche commento sui social lo leggo: se mi dicono che sono bravo mi fa piacere, se mi dicono che sono stronzo no, però molto nei limiti sia nel bene che nel male. Non mi influenza molto quello che viene detto in verità.

Hai cambiato dall’inglese all’italiano. Come mai? È una storia di nostalgia?
In un certo senso si può parlare di nostalgia, ma non è proprio esatto, parlerei piuttosto di ammirazione per l’Italia. Io però ci tengo a sottolineare che non sono stato male all’estero, anzi! Non è che mi mancassero le orecchiette. Stavo bene e ho fatto quello che ho voluto fare, ma nello stesso tempo cresceva in me questa ammirazione per l’Italia, apprezzavo moltissimo certi aspetti della nostra cultura: la musica, la letteratura, il cibo, lo stile di vita, il fatto che esistano le stagioni che in Inghilterra non esistono.

Non si tratta di un disco jazz, è musica sostanzialmente pop… Ma dove finisce il jazz che hai studiato? Rimane qualcosa nel processo creativo, nel metodo?
Non suono jazz dal mio esame finale di diploma, però già lo sapevo che non avrei voluto fare il jazzista, io volevo imparare, volevo capire la musica, come funzionavano certe cose, e il jazz mi sembrava il mezzo più efficace per ottenere questo risultato. Alla fine così è stato: ho seguito il percorso che mi ero prefissato di intraprendere fin da quando avevo 17 anni. Nello stesso tempo però sapevo che volevo scrivere delle canzoni. Poi io ho imparato un sacco di cose dal jazz, ma era molto rischioso per me dimenticarmi che stavo utilizzando il jazz come mezzo e non come fine per arrivare a scrivere le mie canzoni. È piuttosto facile perdersi dentro questo mondo in cui si studia molto sullo strumento e a volte può anche essere cervellotico. Diciamo che non mi si confà, lo ascolto ancora, ma non lo suono più.

Con i Cairobi/Iovadoinmessico, forse per il fatto che le canzoni che hai scritto erano in lingua inglese, ti sei fatto conoscere molto di più all’estero; ho visto molti video di YouTube con commenti di apprezzamento da parte di utenti inglesi, statunitensi etc. Credi che un giorno la musica in lingua italiana possa avere un pubblico non italofono? O devi per forza essere Laura Pausini o Ramazzotti?
Secondo me il mondo anglosassone, il mondo europeo in generale, la Francia, la Germania, potrebbero essere molto interessati a quello che succede musicalmente in Italia, per esempio la nostra musica del passato è tutt’oggi molto apprezzata. Ogni tanto mi si chiede però: “Ma oggi perché non esce niente? Non arriva niente dall’Italia?”. Io la risposta non ce l’ho, forse non ci abbiamo ancora provato ad esportare in maniera seria qualcosa di cantato in italiano; anzi secondo me ci possiamo provare. Ovvio poi dipende dal progetto, se è molto incentrato sui testi no. Però ad esempio io il testo lo lascio per ultimo.

Il tuo disco potrebbe potenzialmente andare anche all’estero quindi?
Sai, ai miei amici non italiani che lo hanno ascoltato è piaciuto, questo vuol dire che anche se non capisci i testi può essere apprezzato molto. Poi in passato noi abbiamo esportato, da Lucio Dalla a Lucio Battisti.

Mentre vedi degli artisti con cui potresti collaborare? Ci sono tanti artisti che trovo veramente bravi, al momento non c’è niente in previsione, però non si sa mai… Magari con questo tour qualcosa potrebbe nascere, chi lo sa…

Ho notato che nei tuoi testi compaiono con una certa insistenza alcuni luoghi fisici come la casa, il palazzo, la città, l’appartamento, ma anche le tubature, come il titolo del tuo pezzo. C’entra con l’andirivieni che fai?
Sì, quello è il nostro habitat naturale: la città, quindi il cemento. Forse ha qualche implicazione, però ho sempre vissuto in città, forse avrei comunque parlato di quello. Boh, lo noto adesso anche io, effettivamente hai ragione…E’ una cosa molto naturale, devo ammettere, e spostandomi tra l’Italia, Londra e Berlino negli ultimi anni sicuramente ha influito.

Ci spieghi un po’ il titolo dell’album? Cosa significa “Fa Niente”?
“Fa niente” è un qualcosa che dico a me stesso: “fa niente”. Quindi voglio imparare a dire “fa niente”, a capire quel “fa niente”. Poi è effettivamente così nonostante tutti gli sforzi. A volte io, parlo per me, mi rendo conto che è una cosa che devo proprio imparare. Anche adesso che inizia il tour, la preparazione dei concerti, dato che io sono molto puntiglioso sulla musica, sui suoni, a un certo punto devo dire a me stesso “fa niente”, cioè non arriverò mai alla cosa perfetta, quindi è un invito a me stesso a lasciarmi andare.

Hai creato molte canzoni orecchiabilissime da una scrittura dei pezzi molto attenta, che richiede tanto tempo, e anche complessa a livello di struttura, precisa. Raccontavi infatti prima che il testo lo lasci alla fine, prima ti interessa comporre la musica…
La canzonetta con quattro accordi si può fare benissimo, anzi ne ho scritte tantissime. Però mi piace vedere cosa ci sta intorno, come anche quattro accordi seguano la melodia, tutto fa parte di un flusso ben studiato, nulla è semplice, soprattutto nel pop. Per me il pop è una scienza esattissima!

A cura di Alberto Smaldone e Andrea Frangi