Venerdì 3 Marzo, i Danko Jones pubblicheranno il loro ottavo album in studio, intitolato “Wild Cat”. Noi li abbiamo incontrati per voi in un grigio pomeriggio invernale, nella hall del Grand Hotel Doria di Milano, per farci svelare qualche anticipazione su questo nuovo, cazzutissimo disco. Danko Jones e John Calabrese ci hanno parlato della genesi del loro ultimo album, di quanto odiano i gruppi che danno troppa importanza ai contenuti dei loro pezzi e di come sia fondamentale vivere sempre alla giornata.

Dopo vent’anni di carriera, sentite ancora la sfrenata esigenza di continuare a fare del rock, come recita la opening track del vostro nuovo album (“I Gotta Rock”). Quindi, mi chiedo, cosa significa il titolo dell’album? Il gatto selvaggio da cui prende il nome (“Wild Cat”) rappresenta la vostra voglia di continuare a rockeggiare?
Danko: No, in realtà no. La title-track, che è la vera hit dell’album, è la descrizione di una donna molto forte, indipendente e minacciosa. E’ di questo che parla quel brano. Il disco ha lo stesso nome perché il “Branca Studio”, che ha progettato la copertina dell’album, si è ispirato al titolo “Wild Cat” per creare un’immagine che ricorda un po’ la stampa di una maglietta. Abbiamo pensato fosse molto figo e quindi abbiamo detto, “Ok, questa copertina è perfetta, chiamiamo anche l’album con lo stesso nome”. Non c’è dietro un significato più profondo.

Si dice che questo disco raccolga un po’ tutte le vostre influenze musicali. Quali sono queste influenze? Puoi farmi il nome di qualche band che ha influenzato il suono di questo album?
JC: Per questo disco ti direi Thin Lizzy, Van Halen, Mifits…
Danko: Misfits [lo dice assieme a John e prende la parola], Bad Brains… Sì, questi sono i quattro nomi che vengono subito in mente. Penso che “You Are My Woman” sia proprio un pezzo alla Thin Lizzy. Si sente molto, solo per come è stato registrato e per come è strutturato; per come si sviluppa il cantato, per l’assolo di chitarra, che è raddoppiato come succede sempre anche nei pezzi dei Thin Lizzy. “Going Out Tonight”, invece, è molto influenzata dal sound dei Misfits. “Wild Cat”, la title-track, la ricollego ai Van Halen, mentre “Let’s Start Dancing” è un mix tra Van Halen e Bad Brains, sì, tra “Top Jimmy” e “Pay To Cum”.

E i pezzi dove e quando sono nati?
JC: Abbiamo iniziato a lavorarci l’anno scorso, più o meno in questo periodo. Ci siamo dedicati alla scrittura fino al principio dell’estate, poi abbiamo inciso qualche demo. Alla fine dell’estate siamo tornati in studio per registrare altri brani e dedicarci alla versione definitiva del disco. A quel punto avevamo già i demo di ogni traccia e avevamo maturato una certa familiarità con tutti brani. Abbiamo imparato dalle nostre esperienze passate che non è una buona idea quella di scrivere un pezzo, fiondarsi in studio a registrarlo e farlo uscire subito dopo. Devi dedicargli tempo, seguire il processo, fare un po’ di pre-produzione. Abbiamo proceduto senza fretta, con le giuste tempistiche. Riuscivamo a capire quando era il momento di lavorare su alcuni pezzi, quando su altri… E’ stato un processo molto naturale.

Pezzi come “Success In Bed”, “You’re my Woman” e “Revolution, But Then We Make Love” fanno pensare che “Wild Cat”, rispetto ai precedenti dischi, approfondisca tematiche più sentimentali. Qual è il filo comune, dal punto di vista del contenuto, che lega tutto l’album?
Danko: Il filo comune siamo noi, che suoniamo i nostri strumenti. I brani non nascondono un significato profondo, abbiamo solo cercato di tirar fuori dei bei pezzi. Sì, direi che “You’re My Woman” è forse la prima canzone d’amore che abbiamo mai scritto, ma “Success In Bed” non lo è sicuramente. E’ una canzone abbastanza forte che parla di sesso. Non c’è un tema comune che lega i pezzi tra di loro. Volevamo solo che fossero degli ottimi pezzi rock, ben scritti e ben eseguiti.

Quindi la musica è la cosa più importante…
Danko: Sì, assolutamente. Voglio dire, non so perché il pubblico si aspetti sempre qualcosa in più dal punto del significato. Le persone vorrebbero trovare un senso nei titoli, nelle copertine, in ogni aspetto del disco. Penso sia perché ci sono un sacco di band che vogliono che i loro lavori siano pieni di contenuti e che sentono il bisogno di descrivere quanto quello che stanno facendo sia serio ed importante, quanto ci abbiano riflettuto sopra. Noi non siamo così. Suoniamo un pezzo e diciamo “Cavolo, sembra davvero figo!” Tutto qui.
JC: Penso che sia compito di chi ascolta, quello di costruire un proprio significato attorno ad un pezzo. Per esempio, prendiamo una ballata. Una ballata romantica. Se la ascolti ogni giorno, assumerà un suo preciso senso in base alla tua propria esperienza. Non importa quello che dice il testo o di cosa tratti.
Danko: Ma può succedere anche solo con un riff di chitarra. Anche io la penso come John. A volte sento dei riff che mi riportano indietro a quando ero bambino. Poi, a distanza di anni, ti capita di scoprire cosa significava veramente quel determinato pezzo e dici: “Oh cavolo, parla davvero di ambiente e consumismo? A me ricorda quando ero piccolo ed aspettavo il pullman!”. Tutto qua. Quindi mi viene una crisi di nervi quando sento band che si lagnano parlando di quanto quello che hanno scritto sia pieno di significato, quanto sia profondo e si mettono a spiegarti quello che intendevano davvero comunicare. Voglio dire, ti sembra una cosa positiva o negativa? Ti sembra bello o ti sembra uno schifo?

Ok, tornando alle sonorità, quali sono le principali differenze tra “Wild Cat” e gli album precedenti? Come descriveresti il suono di questo disco?
Danko: Una cosa che si può dire del precedente disco è sicuramente che i pezzi di “Fire Music” erano davvero aggressivi. Basti pensare a titoli come “Gonna be a Fight Tonight”, “Body Bags” o “The Twisting Knife”. Erano delle immagini violente evocate con le parole. E questo solo perché arrivavamo da un periodo complicato per la nostra band. Avevamo appena cambiato il batterista e dovevamo ancora ingranare. Ma era solo una questione relativa al gruppo, al fatto che faticavamo a trovare gli equilibri che avevamo prima e penso che si percepisca, se si ascolta “Fire Music”. Ma poi, a partire da quel momento, ci siamo integrati, abbiamo sviluppato la giusta affinità con Rich Knox, e adesso lavoriamo benissimo insieme e andiamo molto d’accordo. Quindi direi che il nuovo disco non è così incazzato quanto il precedente. Non contiene brani che parlano di un uomo che è stato fatto a pezzi, infilato in sacchi di plastica e seppellito.
JC: Cosa che abbiamo fatto davvero, comunque! [ride]
Danko: Sì, quindi penso che questa ritrovata armonia abbia prodotto pezzi come “I Gotta Rock”, “Going Out Tonight” o “My Little Rock and Roll”. Non sono canzoni aggressive, sono pezzi divertenti e festosi.
JC: Sì, “Succes In Bed” o “Revolution, But Then We Make Love”, ad esempio, sono molto ironici. Mi immagino che le persone le ascoltino e si facciano delle belle risate. Penso che, più di ogni altra cosa, volessimo dimenticarci di quello che abbiamo dovuto attraversare in quel periodo. I pezzi sono intelligenti, brillanti, divertenti e… spaccano!
Danko: Con gli album precedenti abbiamo speso un sacco di energie per cucire insieme le nostre personalità, ma questa volta non ce n’è stato bisogno. Ci siamo risparmiati questa fatica e ci siamo potuti concentrare maggiormente sulle sessioni in studio. Abbiamo avuto modo di assicurarci che i pezzi suonassero bene.

E la produzione di Eric Ratz quanto ha influito sul sound, questa volta?
JC: Abbiamo iniziato a lavorare assieme ad Eric con “Fire Music”. Eravamo molto soddisfatti del lavoro che aveva svolto e quindi per noi è stato naturale continuare con lui. Per quanto riguarda me, Eric mi ha aiutato a costruire un ottimo sound con il mio nuovo basso. Danko ha utilizzato praticamente le stesse chitarre. Volevamo ridurre la strumentazione e magari utilizzare qualche nuovo giocattolo di Eric.
Danko: Sì, ci sono sempre un sacco di chitarre tra le quali si può scegliere, ma, più o meno, su “Wild Cat” abbiamo utilizzato le stesse di “Fire Music”. Alla fine punti sulla chitarra che ti può assicurare il suono migliore.
Avete appena annunciato un tour europeo, ma l’Italia non compare ancora tra le date.
JC: Sì, non ancora. Se tutto va bene, dovremo fissare presto qualche data in Italia. Forse in un festival, ma magari anche in qualche club.

Quest’anno rappresenta il vostro ventesimo nel mondo della musica. Come vi immaginate tra altri vent’anni?
Danko: Davvero vent’anni? Facciamo dieci, dai! [ride]
JC: Vent’anni più vecchio! [ride]
Danko: Non ho mai guardato così in avanti, nemmeno all’inizio. Ecco, diciamo che le persone ce lo hanno sempre chiesto, fin da quando abbiamo cominciato a suonare, ma in un altro modo. Dicevano cose tipo, “Che fate, ragazzi? Non è che potete continuare a suonare per i prossimi vent’anni. Quali sono i vostri veri piani per il futuro?” Noi ce ne siamo sempre fregati e adesso, vent’anni dopo, abbiamo dimostrato che si sbagliavano. Sai, vedo persone che studiano una vita intera, prendono una laurea, trovano un buon lavoro e poi, cinque anni dopo, l’azienda per cui lavorano chiude i battenti. Loro prendono una buonuscita e si ritrovano in strada. Quindi, dico, meglio non fare troppi programmi a lungo termine.
JC: Essere troppo a proprio agio non è sempre un bene. Bisogna sempre porsi delle sfide nella vita.
Danko: Come recita quella frase di un film di Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”. Quindi… Niente progetti!

A cura di Alessandro Franchi