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Hurricane #1 – Find What You Love and Let It Kill You (recensione)

Un ritorno sulle scene da parte degli Hurricane #1 non se lo sarebbe aspettato nessuno.

O forse è meglio dire: non sarebbe importato a nessuno.

Sarebbe stato bellissimo ascoltare qualcosa di nuovo da parte loro anni fa, dopo l’ingloriosa uscita di scena con il secondo travagliato Only The Strongest Will Survive. C’era Andy Bell, c’era ancora il motivo di produrre qualcosa, qualcosa che non erano i Ride, che non erano gli Oasis, ma che sapeva di brit pop e andava molto vicino all’essere definito almeno giovanile quanto all’aria che si respirava, che dai porti inglesi scendeva giù sino al Mediterraneo ed ad est sino a tutto il resto d’Europa.

Era un’epoca bella quella dei parka della ritrovata cool Britannia. Erano giorni in cui persino la nebbia e le nuvole di Manchester apparivano colorate di blu. Perché tutto il cielo che quella generazione non riusciva a vedere sopra le proprie teste, stava nei minuti dei dischi che produceva senza sosta, dalle cantine agli studi con Alan Mc Gee.

Gli Hurricane #1 sono stati bravissimi a capire che c’era uno spazio anche per loro, hanno prodotto due dischi di buon livello (il primo decisamente meglio) e poi si sono sciolti con Andy Bell tornato in “premier” come bassista degli Oasis e Alex Lowe destinato ad una carriera solista che lo ha fatto cadere nel dimenticatoio.

Adesso le cose sono cambiate nuovamente. Sono passati 16 anni, si sono riformati i Ride e sebbene Bell abbia dato una mano qua e là per la costruzione di qualche pezzo, la sua presenza non è stata contemplata nella produzione e nella presentazione del nuovo disco dal titolo “Find what you love and let it kill you”. Lowe ha preso in mano la situazione, la sua è una voce calda, ruvida, avvolgente e a tratti ricorda quella di Rod Stewart all’epoca dei Faces, con le debite distanze.

Ma veniamo al dunque. Il ritorno degli Hurricane #1 era inatteso, praticamente da tutti. Ci piaceva ricordarli all’epoca di Step Into My World bazzicare dalle parti della Creation Records, con le felpe larghe e le sneakers a tre strisce. Ci piaceva perché erano quasi 20 anni fa ed eravamo tutti più giovani, abbastanza tristi da ascoltare da 3 anni “Live Forever” nelle cuffiette e da saltare nei club con “Song 2” e una birra in mano. Non credo che tutto questo oggi abbia veramente un senso anche se alcune tracce di questo disco potrebbero piacermi se solo non avessi davvero questo passato alle spalle. “The best is yet to come” è la canzone che apre il disco, ad ascoltarla viene davvero nostalgia, dentro ci sono tutto quei suoni che vi aspettate di sentire, come a dire: “Eccoci, eravamo rimasti qua”. Il problema è che poi tutto sfuma davvero nell’indistinto, pochissime canzoni hanno il potere di lasciare un segno del loro ascolto, “Feel me now again”, “Think of the sunshine”, “Has it begun” sono tre di queste, sono tre ballate, circa 4 minuti di agonia brit pop, qualcosa di zuccheroso su cui sbrodolare prima di una “Round in circles” che…continua a far sbrodolare. Ascoltare il resto del disco è praticamente ininfluente, arrivare a “Leave it all behind” è piacevole ma non lascia niente nella testa e ancor meno nel cuore.

Alex Lowe ha scritto gran parte delle canzoni su un letto di ospedale. Ha vinto la sua battaglia contro il cancro ed è tornato a cantare. Questo è il suo disco, parla di lui e di come forse il meglio degli Hurricane #1 debba ancora venire. La produzione è impeccabile, ma manca tutto il resto: una band alle spalle, Andy Bell alla chitarra, qualche brano interessante anche se meno melodico e soprattutto manca il 1997. Manca un po’ a tutti.