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Home Festival 2018: Live Report

Treviso, 30 agosto/2 settembre

 

Ex Dogana di Treviso. Primo fine settimana settembrino. Home Festival: migliaia di presenze per l’edizione numero nove di uno dei festival più belli d’Italia, oramai da qualche anno appuntamento irrinunciabile per un pubblico non più solo italiano, ma meravigliosamente eterogeneo. Oltrepassare il gigantesco arco griffato di benvenuto, messo lì a sfumare l’ingente sistema di sicurezza, comprensivo di metal detector, è come tuffarsi in un microcosmo capovolto fatto di stanze giganti, sogni visionari e approccio circense alla realtà, con tanto di tendone e giochi. Anzi, è da sottolineare come, rispetto ad altri festival e nonostante i ripetuti acquazzoni che si sono visti nel corso di questa edizione, non ci si è mai trovati al cospetto di attese ai limiti della legalità per entrare o uscire dall’area concerti.

Giorno 1

Sette palchi per quattro giorni di musica. Elenco di nomi infinito. Nella pioggia biblica di cui sopra, perso Nic Cester dei Jet in chiave solista, troviamo sul primo palco dall’ingresso Sem & Stènn e speriamo che la nostra dose di sfiga giornaliera si esaurisca qui. La loro proposta light è irritante e senza nerbo come il format da cui fuoriescono. Per fortuna si dimenticano facilmente. Basta fare un salto sotto gli altri palchi: il “Sun68” ospita i Django Django, estroso carrozzone neo-psichedelico ormai smussato nelle bizzarrie verso un electro-folk di ottima presa, mentre quel Bruno Belissimo di scuola La Tempesta International fa sculettare al “New Era”.

Si ritorna all’aurea mediocritas da hype con i White Lies, sul main-stage. Manieristi di professione da dieci anni, ancora fermi a tutti gli abusati cliché nuwavesynthpostpunk di rimbalzo, consumati almeno quanto il look total black del loro frontman. Il gioco si fa più serio coi redivivi Wombats. Gli inglesi confermano quanto detto da molti colleghi: aldilà di alti e bassi dei lavori in studio, il live rimane un punto di forza di Murphy & co. Per nulla scoraggiati dalla sfavorevole collocazione in scaletta, danno spettacolo e suonano con un’irruenza avvincente come ai tempi della loro ascesa, catturando il pubblico in parte disperso tra i più giovani(listici) Lemandorle e Damien McFly dislocati su altri palchi.

Il compito degli Alt-J si presenta arduo visto che, dal colpo d’occhio attorno, è chiaro che la gente inizia a proiettarsi verso la notte, quando ci sarà Floating Points. Eppure quelle arance ad orologeria, nonostante un ambiente con tanti telefonini in aria ma poca attenzione, si comporta come fosse a Leeds, prodigandosi in una prestazione, sebbene soffusa, ben aldilà dell’onor di firma. E il trittico composto da Laft Hand Free, 3WW e Breezeblock riesce infine a smuovere le menti attorno, interessate più a disquisire di chi sia meglio vedere tra il parodistico The André e i metropolitani Coma_Cose, che stare a sentirli. Così, se da un lato non stupisce l’interesse o la curiosità rivolta verso realtà di conclamata notorietà grazie al Tubo, fa riflettere come ormai certe formule espressive più di ricerca siano sdoganate presso un pubblico diremo ampio.

Qui tutte le nostre foto di questa prima giornata.

Giorno 2

Acquisita la giusta padronanza del luogo, il giorno dopo la pioggia battente è l’unico intoppo che ci separa dai concerti. Un’interminabile groviglio di auto ci fa perdere Alcesti, che ci dicono essere stati assai coinvolgenti e malinconici. Dateci invece degli incompetenti, ma al terzo tentativo ancora non afferriamo la proposta degli Universal Sex Arena: è rock zeppeliniano? È psichedelia? È progressive? Soprattutto, loro l’hanno capito? Parte del pubblico sembra apprezzare ma, dopo tre brani, decidiamo che è meglio andare a rifocillarsi.

Come prevedibile, la gente che già si accalca sotto il “Clipper Stage” è notevole nonostante l’acqua. Molte le aspettative per gli Incubus. Per lo più disattese da una performance salvata in corner dall’impianto luci e dai maxi-schermi. Con un pessimo Brandon Boyd che a quarant’anni ancora non si è rotto le palle di scimmiottare Anthony Kiedis come quando era teenager. Morale della favola: cinque minuti dopo il termine, dello show l’unica cosa che ricordiamo è una splendida Calgone mandata in vacca con una ridicola cover degli INXS subito dopo – che dà abbastanza l’idea del residuale ingegno dei Nostri.

I Ministri infilano 40 minuti di show tiratissimo che pare fomentare tutti gli adolescenti in loco, beata gioventù. I Prodigy commuovono come padri del genere, ma per il resto sembra di assistere a un concerto dei Guns con un appesantito Axl che deve riprendere il fiato tra una canzone e l’altra (ma mentre Axl deve cantare delle canzoni, Keith e Maxin giusto tre parole a testa). Peccato, perché la line-up estesa con Leo Crabtree alla batteria e Rob Holliday alla chitarra ci aveva gasato non poco.

I Prozac + fanno tremare il terreno grazie alle note collaudate e allucinate e alle iperboliche pose di Gianmaria & soci. Spettacolari e avvincenti per il ventennale di “Acido Acida”. Con quella viscerale voglia di suonare semplicemente perché suonare è bello, per essere lì in quell’istante e regalare un po’ di ingombrante e sanguigna bellezza, al pari delle droghe (immaginiamo) consumate negli anni, superano in empatia persino i suddetti Prodigy.

Giorno 3

La terza serata, dedicata perlopiù alla trap, ce la perdiamo in blocco. Ci dicono di un cartellone inneggiante “Tu ce l’hai fatta, io no!” dedicato a Elettra Lamborghini, che ci fa intuire che probabilmente non ce l’avremmo fatta neanche noi (nel senso di sopravvivere).

Giorno 4

Il quarto giorno torna il sole, in tutti i sensi: al “Firestone Stage” sbarca Paletti e al “Sun 68” arriva Eugenio In Via di Gioia, due di quelli che su Facebook potrebbero avere lo status di “baciati dalla fortuna”. Sarà il periodo storico alla perenne ricerca di semplicità così come le contraddizioni che possono rendere interessante una persona, ma la proposta di entrambi sembra aver trovato la chiave di volta per fare funzionare bene una canzone e un concerto intero. La gente canta come non vedevamo dall’ascesa di Calcutta e, nonostante la nostra senile reticenza, qualcosa forse vorrà pur dire.

Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari offre un simpatico intermezzo prima dell’outsider della giornata, quella Francesca Michielin che alla fine si rivela meno peggio per chi si era portato da casa casse d’insalata da lanciarle e meno meglio per chi si aspettava un basico sottofondo radiofonico tra un selfie e una birra. A conti fatti meglio lei di Maria Antonietta che, invece, si presenta su un palco già proiettato a Sanremo.

Durante l’esibizione dei Lo Stato Sociale, non riusciamo a smettere di osservare la signora sui sessanta che a dieci file dal palco guarda divertita Lodo e compari. Il gruppo è ufficialmente un fenomeno pop che cerca di lanciare qualche messaggio serio a un pubblico che in fondo vuole solo saltare: oltre a una scaletta da greatest hits e alle paraculate dei bolognesi, sono talmente imperfetti da risultare alla fine persino simpatici. Motta ci fa passare la voglia di vederlo all’opera qualche ora prima, quando con un fare da Kurt Cobain della Mutua svacca su un divanetto in press-area con la faccia di quello che ha in testa tutti i problemi del mondo. Speriamo, per lui oltre che per i suoi fan, si sia ripreso on-stage.

Chiude la serata Caparezza con uno show che oramai definire faraonico è un eufemismo (a braccio: rampe, fuochi pirotecnici, cerberi, scope volanti, eccetera). Aggiungeteci il supporto di una quindicina di persone sul palco, tra musicisti e ballerini, e una manciata di canzoni più sensate della solita immondizia mercenaria in giro (certo, è Pop, ma volendo avere successo in Italia non si scappa). Un week-end allungato ha così fine. Quattro pomeriggi/sere/notti di intenti atlantici, che a leggere il programma prima sgrani gli occhi e poi ti rendi conto che tentare è semplicemente sufficiente. O almeno è abbastanza per creare qua e là piccoli geyzer di magia che assolutamente non avresti potuto pensare possibili.

Giorgio Moltisanti