Per smaltire la stanchezza delle visioni annuali, qualche settimana fa ho preso un volo diretto verso lidi vacanzieri. Quale migliore occasione per vedere qualche buon film? La programmazione di KLM ha molto investito su un film su cui avrebbe dovuto insistere maggiormente la distribuzione italiana, soprattutto in questi tempi un po’ oscuri e di sospetto sociale. Il film in questione si intitola “Hidden Figures” (nella versione italiana “Il diritto di contare”, uscito nelle nostre sale lo scorso marzo ed in queste sere di fine estate nelle arene estive), e narra della storia (vera, qui assai romanzata) di un gruppo di geni della NASA. Fin qui niente di nuovo, se non si considera che siamo negli anni sessanta e si parla di tre donne di colore. Tratto dal romanzo omonimo (“Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly), vanta nel proprio cast Kevin Costner (da un po’ tornato a ruoli di spessore dopo molti imbarazzanti), Kirsten Dunst e Jim Parsons.

Un film d’intrattenimento con risvolto socio-educativo, di non particolare originalitĂ  ma con una storia potente. Le tre protagoniste, matematiche della NASA sotto copertura, anime logiche di lanci di razzi e del primo sbarco sulla luna, si devono scontrare contro l’odio razziale e contro i pregiudizi che inquinano la societĂ  del tempo e sfiorano (anche solo con strisciante misoginia) quella afroamericana. Donne che lottano, eroine sconosciute, riconosciute con troppo ritardo. Katherine Johnson meritò una statua, molti di noi, grazie a questo film scopriranno che negli edifici pubblici e nelle aziende vi erano bagni, uffici, dipartimenti e computer distinti per bianchi e neri, fantasmi che compilavano pubblicazioni scientifiche dei bianchi senza essere riconosciuti (a maggior ragione se anche donne), alle spalle di glorie e di diritti usurpati dall’odio razziale.

“Hidden figures”, impropriamente candidato all’oscar, vive di una sceneggiatura calzante, di un po’ di melodramma, spunti sentimentali, che lo rendono un buon film. Non certo originale, con una regia scolastica, trae forza, oltre che dal racconto, dall’interpretazione delle sue tre brave protagoniste, illuminate da Taraji Penda Henson.

Per rinfrescare le nostre coscienze, per calibrare la nostra visione del mondo. Da vedere e da amare.