Un nome che promette spiagge esotiche e viaggi fantascientifici. Che finisce per farti sentire come ad Alassio tanti anni fa, da far venire in mente Azzurro cantata da Celentano.

Il techno pop inglese intuito dai Roxy Music e perfezionato nei primi anni ’80, l’ultimo momento di goduria collettiva dell’Occidente, riproposto però, se non in farsa, certo non nel migliore dei modi: ecco come suona “The Far Field”.

Anche se volessimo giudicare questo disco con il metro dell’appassionato vintage, che sacrifica sull’altare l’originalità per adorare la qualità intrinseca della scrittura o del sound d’epoca riprodotto fedelmente, non potremmo essere granché soddisfatti. Non che le tracce presenti siano una delusione cocente, o un bidone trash, ma giudicate voi: le tastiere ricamano eteree melodie più che valide, ma sono fin troppo rigide quando martellano per sostenere il ritmo. Il basso ha un suono grasso, ma pulito, nulla da dire. Ma la ritmica è mediocre, è dritta, è una specie di metronomo che aggiunge poco alla qualità delle canzoni. E la voce è così white soul da essere trasparente.

I dischi così mi fanno sempre venire in mente gli spot tv di prodotti legati alla mobilità in senso lato: auto, gadget tecnologici, servizi online. Sono il sottofondo musicale perfetto. Che fine hanno fatto le chitarre da biker, i break da b-boy del ghetto o anche i flanger gotici per il malessere dei teeanger viziati? Qui non ne vedo traccia. Non posso che chiudere gli occhi e immaginare quest’opera come la scelta del dj in una di quelle feste dove non gira droga, e se gira sono pochi debosciati a godersela in bagno senza condividerla.

E sapete perché tutto ciò mi rattrista? Perché mi sono anche ascoltato a spizzichi e bocconi le “Spotify session” dei Future Island, che invece hanno un suono scheletrico come un quadro di Klimt e una classe innegabile. Partite da lì, che è meglio.

Alessandro Scotti