SarĂ  che al Toro (inteso come segno) non piacciono i cambiamenti. Ma quando si parla di “svolta elettronica” per una band che ho sempre amato, mi viene un’orticaria che neanche una montagna di Deltacortene in pomata riuscirebbe a sconfiggere. Non tanto per la mia naturale predilezione per le chitarre, quanto per la diffusa convinzione secondo cui l’aggiunta dei suoni sintetici agli strumenti tradizionali sia necessariamente sinonimo di evoluzione. No, non è affatto così. Non nel 2018.

Eppure le voci circolate prima dell’uscita di “Always Ascending”, quinto disco dei Franz Ferdinand dopo la collaborazione con gli Sparks con l’acronimo FFS, lasciavano intendere che ci saremmo trovati di fronte a un cambio di rotta radicale. «Un nuovo universo da abitare», dichiarava la band di Glasgow. E ancora: «Dimenticate tutto quello che sapete sui Franz Ferdinand». Insomma, roba che alla sola lettura iniziavano a prudermi le mani.

Parafrasando un vecchio pezzo di Gaber, mi ero quindi convinto che i Franz Ferdinand si fossero «rinnovati per la nuova società». Come se, alla luce delle ultime tendenze, avessero sentito il bisogno di rimettersi al passo coi tempi. Ma erano tante chiacchiere per nulla. Che non solo hanno messo a dura prova le mie impermutabili inclinazioni astrali, ma hanno anche creato inutili aspettative in chi al contrario sperava in una versione hi-tech del combo scozzese.

Fin dal primo ascolto, infatti, “Always Ascending” si rivela semplicemente un altro disco dei Franz Ferdinand. Le spruzzate di elettronica non mancano, soprattutto nella traccia d’apertura e in qualche altro sporadico episodio, ma l’impalcatura resta piĂą o meno la stessa del passato. Un impasto di funk, indie-rock e disco-music, con le chitarre a fare da collante. Nemmeno il cambio di formazione sembra aver particolarmente minato le fondamenta del gruppo. La grave perdita di Nick McCarthy, piĂą deciso a dedicarsi alla famiglia che alla band, è stata infatti addolcita dall’arrivo di Dino Bardot (chitarra) e Julian Corrie (tastiera). Alla produzione, invece, spicca il nome di Philippe Zdar (uno dei due Cassius).

Si dĂ  il caso che Philippe Zdar sia anche il produttore del quarto album dei Phoenix (“Wolfang Amadeus Phoenix”, 2009). Qui, però, il risultato sembra meno efficace. In fin dei conti, non si può neanche dire che i Franz Ferdinand si siano svenduti al pop piĂą danzereccio. A ben guardare, infatti, si ballava molto piĂą volentieri con i quattro precedenti dischi che con le dieci tracce di “Always Ascending”.

Certo, la title-track è decisamente intrigante, con quel suo climax ascendente, appunto, che esplode in un groove molto vicino agli ultimi Chk Chk Chk. La stessa Paper Cages, ispirata alle performance estreme e claustrofobiche dell’artista taiwanese Tehching Hsieh, si fa valere grazie a un delizioso intreccio fra chitarre, tastiere e batteria. Anche Finally non è malaccio, per la veritĂ . Ma l’unica vera perla del disco è Huck and Jim, sorprendente nei suoi cambi di ritmo e con un refrain power pop degno dei migliori Weezer.

Cosa c’è, dunque, che non funziona in questi nuovi Franz Ferdinand? Le magagne, a mio parere, vengono a galla dopo tre o quattro ascolti. Quello che manca è la componente piĂą genuina che ha sempre caratterizzato il suono della band, ovvero l’appeal, la sensualitĂ  glam che si fa musica, lo sguardo ammiccante tradotto in vecchi brani come Take me out, Do you want to o No you girls. E per appeal non si intende il classico dolce al caramello servito sui piatti delle stazioni radiofoniche. Parliamo piuttosto di vera e propria arte della seduzione, una specialitĂ  della casa che Alex Kapranos e soci sembrano aver perso.

Il sinuoso assolo di sassofono sul finale di Feel the love go non basta a riconquistare il cuore dei fan, e nemmeno le tastiere spaziali di Lois Lane. L’impressione è che il gruppo abbia provato a spingersi nei territori in cui i loro padri ispiratori sono riusciti a imporsi, cambiando le sorti del pop-rock moderno: i Talking Heads nell’afro-wave di “Fear of music”, i Roxy Music nel neoromanticismo di “Avalon” e David Bowie nel plastic-soul di “Young Americans”. Questo lavoro, al contrario, pur mantenendosi sulla sufficienza, sarĂ  presto dimenticato. Peccato, un’occasione persa.

Paolo Ferrari