A meno di un anno dall’esordio “Ossa rotte, occhi rossi”, gli Endrigo tornano con prepotenza a raccontarci storie di vita vissuta, sia nel quotidiano sia nelle esperienze da band quasi perennemente in tour. Figli del miglior emo italiano, quello che ha come genitori Fine Before You Came e soprattutto Fast Animals and Slow Kids, in questo nuovo album i quattro ragazzotti bresciani fanno un sensibile salto in avanti: meno immediatezza, ma sicuramente molta più maturità.

La voce di Gabriele si è fatta meno vetrosa, a tutto vantaggio di un timbro pulito, ma ad alto tasso di emozione. Per quanto riguarda la musica troviamo invece almeno due brani molto diversi rispetto alle sonorità del primo lavoro. Questa è la casa è una ballata pianoforte-voce che sfocia nel finale in una cavalcata punk che frena poi bruscamente per tornare nel mood soft con il quale era nata, mentre la conclusiva La migliore band Death Metal mai esistita in tutta Brescia è un ironico divertissement che, fra gli altri, ha il “pregio” di far finire il disco con il coro “Viva Satana!”.

Le precedenti sette tracce mostrano maggiori punti di contatto con la precedente produzione: dal singolo Il ritorno dello Jedi all’inno Transenna, con quel ritornello da urlare a squarciagola ““Giovani leoni / Non è più uno scherzo / Poveri coglioni / Altrimenti che altro si fa”, dalla personale Fumo pacco (con tanto di citazione battistiana!) al duetto con la conterranea Giorgieness ne Il ragazzino, brano manifesto con un finale da brividi che recita: “La musica mi ha preso tutto, ma prima non avevo niente”. Una bellissima riconferma.

Andrea Manenti