Dell’invecchiare bene. Come l’ultimo Mark Lanegan, anche gli Elbow interpretano le proprie radici nazionali con la saggezza dell’età, e come nei Perturbazione la ribellione cede il passo ad un racconto dei propri anni di formazione. Tanto indie-pop anni 80, citando sia i mostri sacri Smiths che mestieranti di lusso come Lloyd Cole; ma anche tanto mainstream pop tipo Sting, con punte da brivido sanremesi e ritmica debitrice del trip-hop. Il suono è sovente rarefatto, atmosferico e dominato dal piano, con tastiere o archi in contrappunto nei momenti più pomposi.

L’iniziale Magnificent parte ruffiana senza vergogna, con tanto di archi nel bridge. Una canzone che sembra pensata apposta per una di quelle pubblicità di automobili dove si alternano inquadrature di interni di lusso con riprese dall’alto del veicolo in corsa su una strada incastrata tra mare, dirupo e montagna. Pop da basso impero ripreso a metà disco in Head for supplies, una prova degna di un euro festival, con chitarra carillon, mood elettronico da bagno caldo e batteria modesta, perfetto se ascoltato sorseggiando un bicchierino di cognac bretone.

Queste le due tracce più riempipista, allo spettro opposto abbiamo invece le canzoni più schive, ovvero “all disco”, un sixities pop introverso, debitore dei primi Jesus and Mary Chain e dei primissimi Primal Scream, con batteria alla Moe Tucker, jingle jangle di chitarra, quel poco di rumorismo e un ritornello ispirato e sentito con afflato gospel. Poi Montparnasse, un pop celtico che cita Belle and Sebastian e U2, levigata e devota, e infine Kindling, un gospel gotico che ricorda vagamente gli Arab Strap, salvo per la voce che è modulata nel canto e non si limita a borbottare.

Altrove gli Elbow provano a misurarsi anche con la black music, come dimostrano con That’s the sun, uno swing pensieroso da vaudeville inglese guarnito con jazz bianco, Firebrand and angel, un funky soul moderatamente psichdelico, che, come altrove nel disco, fa pensare a una celebrazione e parodia dei propri anni formativi, e la title track, che sembra il remix di “canzone per l’estate di De André” in chiave trip hop. Restano poi da passare in rassegna le due canzoni più incompiute della raccolta: K2 sembra un goffo tentativo di far copulare big beat e shoegaze, Gentle storm è invece un reggaeton per bianchi cantato da un soprano wannabe, dal ritmo aggressivo ma dalla dinamica bassa, con accompagnamento minimale da old school grime.

Gli Elbow provano a confezionare un pop barocco che sotto sotto vorrebbe avere la perfezione formale e l’afflato di Sufjan Stevens, ma non ne possiedono né il talento né la fede, e paradossalmente è proprio dove il loro solido mestiere arranca maggiormente che suonano più umani ed emozionanti.

Alessandro Scotti

[amazon_link asins=’B01N9EC4EU’ template=’ProductCarousel’ store=’indiezone06-21′ marketplace=’IT’ link_id=’b4df1e15-fd54-11e6-ae33-058e01d2a4ea’]