Un disco composto di tredici tracce scritte e registrate in posti diversi, in città diverse, tra un motel e uno studio di registrazione, tra l’Emilia e altri luoghi. Un disco questo dei Dulcamara silenzioso e delicato, con poche pretese, tanta nostalgia e un’infinita voglia di evadere. “Indiana” è il titolo di questo lavoro, il nome di uno stato lontano da qui o di una cultura diversa e distante dalla nostra, insomma, a qualunque cosa questo titolo si rifaccia, l’immaginario che davanti a noi si presenta è quello di una realtà altra e oltre i nostri confini.

I riferimenti al folk nord americano incontrano la canzone d’autore italiana dando vita ad un cantautorato dalla forma non particolarmente originale anche se molto accurata e riflessiva. Musica e parole si fondono in maniera equilibrata e nessuna delle due sovrasta l’altra, nessuna delle due prende il sopravvento. I ritmi sono danzanti, a tratti tribali, i toni sono malinconici e strazianti, la voce della band è a tratti soave e a tratti graffiante. Viaggi terrestri e interstellari gli argomenti chiave dell’intero album, legati uno all’altro da un filo fatto di sogni ad occhi aperti, amore in tutte le sue forme e nostalgia per luoghi e storie passate. E ancora tanta malinconia, voglia di partire e viaggiare.

L’album si apre con “Rituale”, versi carichi di desideri messi nero su bianco, poco meno di quattro minuti sono sufficienti a lasciarci intendere in cosa ci imbatteremo durante l’ascolto. Segue “Ladum” una filastrocca delicata e armoniosa, densa di metafore e con qualche verso no-sense. “Terminal” è ancora un viaggio della mente nei possibili incontri, nelle possibili avventure, nella strada felice che vorresti il destino ti riservasse. Nel brano “Si piange mai”, con qualche parola qua e là in lingua inglese e qualche accenno di armonica a bocca, è subito folk americano. “Sogni lucidi”, della durata di poco più di un minuto, è una traccia breve ma intensa, composta di pochi versi che vogliono mirare dritti al cuore, inserita al centro dell’album sicuramente per un motivo valido, più profondo di quello che crediamo.

Sul finire “Da qualche parte” è una canzone dal ritmo più veloce rispetto alle precedenti, in cui sentire in partenza un ukulele e poi strumenti a fiato, il tutto a fare da sottofondo ad una preghiera musicata. L’album si chiude quasi come si è aperto, con l’immaginazione alle stelle, figure retoriche dalla poesia moderna e viaggi nella fantasia come da bambini. Quest’ultimo lavoro dei Dulcamara va ascoltato, ma solo con la giusta predisposizione dello spirito.

Marilena Carbone