I Dirty Projectors ritornano dopo cinque anni (è davvero passato così tanto tempo?) dal loro ultimo lavoro e lo fanno con un disco che porta il loro nome. Scelta che hanno fatto praticamente tutti con il proprio album d’esordio, dai Black Sabbath ai Backstreet Boys, con una sola, piccola differenza: Dirty Projectors è il loro ottavo album. Potrebbe sembrare strano a prima vista – ok, sappiamo tutti chi siete – eppure c’è una ragione dietro questo titolo ridondante: Amber Coffman, compagna di vita di David Longstreth nonché voce e chitarra dei Dirty Projectors, è uscita dal gruppo. Amber e David si sono lasciati.

La separazione e tutte le sue conseguenze – smarrimento, disperazione, accettazione, voglia di rinascita – segnano profondamente quest’album, nelle parole e nella musica. Molti brani – Keep Your Name e I See You tra tutti – somigliano a delle lunghe lettere: le stesse lettere, rabbiose o catartiche, che un po’ tutti abbiamo scritto al nostro ex. Per quelli che non le hanno mai spedite: avete fatto bene.

Complessivamente, “Dirty Projectors” è un album molto diverso dai precedenti. Chi ha amato “Bitte Orca” o lo splendido “Swing Lo Magellan” probabilmente storcerà il naso ascoltando la nuova sonorità di questo disco, in cui ci sono tanti cambiamenti: molto soul, molto r&b, molte rime, molta voglia di avvicinarsi a tutto ciò che tira in questo momento. Le collaborazioni di David Longstreth con Kanye West, Rihanna e Solange erano dei chiari presagi di contaminazioni mainstream, ma chi avrebbe mai immaginato un cambio di rotta così deciso?

Con “Dirty Projectors”, David Longstreth ha voluto mettere un punto nella propria carriera, andare a capo e ricominciare. Non possiamo affermare che rappresenti, ancora e nonostante tutto, i Dirty Projectors. Piuttosto, David Longstreth è i nuovi Dirty Projectors.

Laura Musumarra