Schermata 2016-02-25 alle 14.49.53Jannis Noya Makrigiannis è il leader, il cantante e la mente dei danesi Choir of Young Believers. Ed è un ragazzo confuso. Dopo Rhine Gold – l’ultimo album uscito nel 2012 – aveva deciso di prendersi una pausa ed è partito alla ricerca di qualcosa di nuovo, in tasca un campionatore portatile. È tornato con Grasque e, potete scommetterci, è totalmente diverso dai lavori precedenti. Makrigiannis ha deciso di muoversi in ogni direzione possibile e di aprirsi a qualsiasi influenza: dalla dance pop nordeuropea all’R&B. Il supporto di tutti quei musicisti che ruotavano attorno al progetto si è decisamente ridotto: chitarra, piano, violino, sono stati lasciati da parte per fare spazio a suoni più eterei e indefiniti. Il risultato è un miscuglio random di stili. Gli echi deliranti di Græske mi hanno fatto sentire dentro un film stile Bollywood. Ma c’è anche il pezzo che sembra uscito da una di quelle brutte classifiche anni ’80 – ’90. Insomma, non ho fatto altro che chiedermi che diavolo stesse succedendo, anche più volte nella stessa traccia. Metteteci pure la scelta di switchare lingua ogni tanto (Makrigiannis ha origini greco-danesi-indonesiane): ne sono uscita ancora più disorientata.
Ok, l’obiettivo del nuovo album era sperimentare, «Some songs didn’t even feel like songs, but more like trips, or feelings». Ebbene, l’esperimento non è ben riuscito: Grasque somiglia molto a una grossa, spiacevole stonatura. Meglio ritornare a qualcosa di più studiato, tipo Paralyze, per intenderci, o Hollow Talk, che erano state in grado di farci viaggiare tra atmosfere disincantate e ultraterrene.
Makrigiannis non si preoccuperà troppo di aver creato un bel guazzabuglio moderno, qualche dubbio su quel che stava facendo era venuto persino a lui: «It’s weird for me to think about all that doubt—”Could I do this? Could I do that?” I mean, it’s my fucking band. I can do what I want with it. Right?».
No.

Laura Musumarra